09/07/2026
Ci sono vie che si scalano. E poi ci sono vie che ti mettono alla prova, fino all'ultimo metro.
Il nostro "Gransio" Marcello Luppi, insieme ai suoi compagni di cordata, ha affrontato una delle linee più leggendarie delle Dolomiti: la Via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc.
Il suo commento, una volta tornato a terra, dice tutto:
"Sono cose che non le puoi spiegare… a me, comunque, basta così… se non fosse stato per i miei amici sarei ancora bloccato a metà della variante Mariacher." 🫠
E conoscendo Marcello, uno che in parete si muove con naturalezza, sentirgli dire una frase del genere fa capire immediatamente il livello della sfida. Non è una via qualsiasi: è una di quelle che impongono rispetto, concentrazione e una buona dose di umiltà.
La Via Messner è un autentico capolavoro dell'alpinismo: 500 metri di arrampicata severa, aperta nel luglio del 1968 da Reinhold e Günther Messner. La celebre variante Mariacher, aperta dieci anni dopo da Heinz Mariacher, Luisa Iovane e Luggi Rieser, aggira la storica "placca Messner" ma resta comunque un banco di prova di altissimo livello.
Qualche numero racconta solo in parte la sua grandezza:
Prima salita: Reinhold e Günther Messner (6-7 luglio 1968).
Prima ripetizione e variante: Heinz Mariacher, Luisa Iovane e Luggi Rieser (16 luglio 1978).
Difficoltà: 8° grado per la via originale, considerato il primo 8° in libera della storia dell'alpinismo; 7° grado per la variante Mariacher.
Difficoltà obbligatoria: 6°, A1.
Sviluppo: 500 metri.
Una salita che non si porta a casa solo con la forza delle braccia, ma con esperienza, fiducia nei compagni e tanta determinazione.
Complimenti a Marcello e a tutta la cordata per questa grande impresa!
Dal libro: “Settimo grado” di Reinhold Messner.
«... Avevamo bivaccato in un buco sulla grande cengia e alle 8 eravamo partiti. Dopo due brevi tiri di corda il pilastro diventava giallo e verticale. Solo verso destra si presentava la possibilità di continuare in libera. Traversammo fino a che fu possibile, piantammo un chiodo ad anello e pendolammo verso destra fino ad una rampa. Su questa ci portammo ad un piccolo pulpito sul verticale spigolo del pilastro. Fino a qui era andato tutto bene. La natura ci aveva offerto il cammino e noi l’avevamo seguito. Ma ora? Ancora due metri in libera, straordinariamente difficili, ma poteva ancora andare. Poi ero al termine delle mie abilità arrampicatorie. Trovai un minuscolo buco, profondo 2 o 3 centimetri. Piantai un chiodo corto a lama. Teneva. Ancora un chiodo, poi ancora arrampicata libera. Finalmente un paio di appigli. Riposi il martello nella tasca. Sfruttando una sottile fessura sul fondo di un diedro appena accennato riuscii ad innalzarmi con un’ardita arrampicata libera e, appena in tempo, raggiunsi una strettisima cengia. Qui era proprio finita. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli, sbarrava la prosecuzione. Quattro metri più in alto c’era una fessura, sotto di me una cengia sulla quale a malapena riuscivo a posare i piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Sembrava proprio impossibile andare avanti. Tuttavia non mi diedi per vinto. Tentai. Ritentai. Eppure in mezz’ora non mi alzai di un centimetro. Anche tornare indietro non era più possibile. Mi sforzai inutilmente di ridiscendere in arrampicata. Non ce la facevo e mi mancava il coraggio di saltare. Bisogna rinunciare, pensai, peccato. Salivo, ridiscendevo. Tentativi disperati. Con il proposito di tentare la discesa, ritornavo sempre al punto di uscita sulla cengetta prima di perdere l’equilibrio. E appena mi ritrovavo sulla cengia, riprendevo le capacità di riflettere logicamente. Indietro non si poteva andare. Di nuovo mi asciugai le punte delle dita sui pantaloni. Dovevo farcela, solo questi 4 metri! Il pensiero mi si imponeva come un ordine. Devo tentare! Sopra c’è un piccolo appiglio, giusto per metterci le unghie. Se riesco a prenderlo non devo più tornare indietro, non devo mollare. Poi devo alzare al massimo il piede destro, innalzarmi con un movimento bilanciato e raggiungere con la mano sinistra la lama risolutiva per tirarmi su. Nella mia testa frullava un solo pensiero: salire, poi l’appiglio in alto a destra. Oggi non so più come ho fatto ad arrivare su. So solo che mi ritrovai sopra, sollevato, pieno di gioia, e tutto era sembrato facile. Qualche ora più tardi, sulla cima, non abbiamo parlato di questo passaggio ma della situazione che si era creata sotto di esso. E se oggi penso al Pilastro di Mezzo, vedo tutto come allora. Solo la via d’uscita è aperta. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli; 4 metri più in alto una fessura, sotto di me una cengia larga quanto i miei piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Un’impresa che rimane.».
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