25/08/2026
Con l’inizio dei campionati e coppe, a tutti i livelli, sono cominciati i problemi.
Purtroppo le prime sfide ufficiali decretano la fine dell’entusiasmo che il “calcio d’agosto” regala. Ma è ovvio che in uno Sport di squadra tutte le componenti devono lavorare in maniera coesa. È evidente che nascono i primi malumori: a Salerno la seconda sconfitta consecutiva della Salernitana è bastata per destabilizzare l’ambiente. Un mercato al dì sotto delle aspettative e un Allenatore Serse Cosmi, a parer mio, inadeguato per un blasone come Salerno, ha portato ad una rottura totale. L’acquisto di Lagumina nelle ultime ore potrebbe portare una ventata di positività.
I primi risultati negativi in generale sono spesso figli una costruzione errata della squadra: distribuzione degli Under, qualità degli interpreti, mancanza di fiducia nei calciatori. E poi c’è l’imponderabilità di questo Sport, dove non tutto può essere controllato. Ma siamo alle solite, il chiacchiericcio fa parte del sistema, e i veri vincitori non sono quelli che vincono le partite, ma quelli che resistono a tutte le avversità che il mondo del calcio propone.
16/08/2026
Idolatrate i campioni, mettendo like alle loro foto e indossando le loro magliette, mentre voi puzzate di fame. Sarebbe meglio ammirare i vostri simili.
15/08/2026
Quando l’allenatore si propone: altro che procuratori
C’è un dettaglio curioso nel mondo del calcio che ogni tanto merita di essere ricordato: non sempre è l’agente a proporre l’allenatore. A volte è l’allenatore stesso a proporsi.
Fabio Capello lo ha raccontato recentemente parlando del suo arrivo alla Roma di Franco Sensi: “Mi sono proposto io”. Capello spiegò di non aver mai avuto un procuratore e di aver cercato direttamente il contatto con il presidente giallorosso.
E poi c’è Carlo Ancelotti. Nel 2021, quando il Real Madrid cercava il successore di Zidane, Ancelotti era all’Everton. Contattò José Ángel Sánchez, uomo di fiducia di Florentino Pérez, inizialmente per parlare di giocatori. Poi, con una certa spregiudicatezza, fece capire che forse il giocatore di cui aveva bisogno il Real era… l’allenatore. In pochi minuti arrivò la telefonata di Florentino Pérez e il ritorno al Bernabéu diventò realtà.
E allora viene da sorridere.
Perché siamo abituati a immaginare il calcio come una grande sala d’attesa: procuratori che telefonano, intermediari che sondano, direttori sportivi che fanno filtrare, presidenti che negano di aver contattato qualcuno mentre hanno già parlato con tre allenatori.
Poi, ogni tanto, arriva qualcuno che salta tutta la trafila.
“Presidente, ci sono io.”
Niente intermediari. Niente messaggi criptici. Niente “il mio assistito sarebbe interessato al progetto”.
Direttamente lui.
E forse non c’è nemmeno nulla di scandaloso. Anzi. In un mondo nel quale tutti aspettano di essere scelti, proporre se stessi può essere anche un segnale di personalità.
Capello lo fece con Sensi. Ancelotti, con quella telefonata diventata ormai celebre, fece qualcosa di molto simile con il Real.
Insomma, altro che curriculum mandato all’ufficio personale.
Nel calcio può ancora funzionare il vecchio metodo:
“Presidente, se sta cercando un allenatore, eccomi qua.”
E a pensarci bene, forse è questa la parte più ironica: a volte l’allenatore non aspetta che lo chiami il procuratore. Si chiama da solo.
02/08/2026
In Piemonte in D Lascaris e Derthona.
31/07/2026
Qualche giorno fa è apparso su una pagina Instagram un Allenatore importante che diceva al suo difensore: “tra palla e uomo se proprio devi perdere qualcuno perdi l’uomo ma mai la palla.”
Siamo sicuri che sia corretto? I principi della marcatura individuale ci dicono che: 1) il difendente deve essere tra avversario e porta, 2) deve guardare la palla e l’avversario che si trova nel campo visivo.
Innanzitutto come stiamo marcando a uomo o a zona? In entrambi i casi sarebbe perfetto vedere uomo e palla, ma se proprio devo fare una scelta estrema preferisco non perdere mai l’uomo, la palla da sola in porta non entra.
30/07/2026
Il calcio, un mondo dove l’invidia gioca spesso titolare
Il calcio è passione, sacrificio, competenza e meritocrazia. O almeno dovrebbe esserlo. La realtà, però, racconta anche un’altra faccia della medaglia: quella dell’invidia, delle rivalità personali e delle guerre di potere. È inutile nasconderlo. Dai grandi club fino ai campionati dilettantistici, le dinamiche sono spesso le stesse. Cambiano i soldi in gioco, ma non i comportamenti.
Le cronache ci ricordano continuamente quanto una panchina possa diventare oggetto di desiderio. Abbiamo visto in Nazionale quante polemiche dopo la scelta di Pirlo, e poi Mancini, con Pioli e Conte che la sognavano. Senza dimenticare Silvio Baldini. Ad alti livelli ma è soprattutto nei campi di provincia che emergono i lati più amari. Qui non ci sono milioni di euro né contratti faraonici, eppure si assiste a cattiverie gratuite, maldicenze, diffamazioni e tentativi di screditare il lavoro degli altri. C’è chi preferisce costruire la propria carriera demolendo quella di un collega, invece di dimostrare il proprio valore sul campo. È un atteggiamento che impoverisce tutto il movimento.
Esiste però una differenza che non può essere ignorata. C’è chi lotta per conquistare una panchina perché rappresenta il proprio lavoro, il sostentamento della famiglia, il futuro dei propri figli. E c’è chi, pur avendo già raggiunto prestigio, guadagni e riconoscimenti, continua a rincorrere ogni opportunità per semplice ingordigia, senza preoccuparsi delle conseguenze sugli altri.
L’ambizione è una qualità fondamentale nello sport. Senza ambizione non esistono crescita, miglioramento e vittorie. Ma quando l’ambizione si trasforma in ossessione e il successo passa attraverso la diffamazione, le bugie o i giochi di potere, allora il calcio perde la sua essenza.
Alla fine, le vittorie più importanti non sono quelle ottenute togliendo spazio agli altri con mezzi discutibili, ma quelle conquistate grazie al lavoro, alla competenza e alla correttezza. Perché una panchina si può anche ottenere con gli intrighi, ma il rispetto delle persone si conquista solo con i fatti.
25/07/2026
La mia idea di calcio e la vostra voglia di insegnare
Nel calcio c’è una categoria che non va mai in vacanza: quella di chi sale sul carro quando tutto è finito. Sono gli allenatori del lunedì, i dirigenti dell’ultima ora, gli opinionisti da tastiera, quelli che hanno sempre la soluzione pronta… ma solo dopo.
Quando una squadra vince, sono tutti pronti a prendersi un pezzo del merito. Quando perde, invece, il silenzio diventa assordante. Eppure il calcio vero si costruisce proprio nei momenti difficili: durante una sconfitta, dopo un errore, quando lo spogliatoio è in silenzio e bisogna trovare la forza di ripartire.
Ho imparato che nel calcio contano i fatti, non le parole. Conta chi resta accanto a un allenatore quando i risultati non arrivano, chi sostiene un gruppo invece di demolirlo, chi ha il coraggio di assumersi una responsabilità senza cercare un colpevole.
I consigli sono sempre benvenuti, ma solo quando nascono dalla lealtà. Diverso è chi compare soltanto per giudicare, per spiegare come si sarebbe dovuto giocare, allenare o gestire una situazione. È facile fare il fenomeno quando la partita è già finita.
Il calcio è una scuola di vita proprio perché insegna l’umiltà. Ogni domenica puoi essere l’eroe o il colpevole. La differenza la fanno l’equilibrio e la capacità di non cambiare volto in base al risultato.
Per questo continuerò ad amare il calcio delle persone vere: dei collaboratori che lavorano nell’ombra, dei dirigenti che ci mettono la faccia, dei tifosi che sostengono la squadra anche quando tutto sembra andare storto. È lì che si misura il valore di una società, non nelle foto delle vittorie.
Le critiche non mi spaventano. Le sconfitte non mi definiscono. E le lezioni impartite da chi arriva sempre dopo lasciano il tempo che trovano.
Il calcio ha bisogno di competenza, passione e coerenza. Non di protagonisti che cercano visibilità quando il lavoro è stato fatto da altri.
Io continuerò a credere in un calcio fatto di sacrificio, idee e persone autentiche. Perché le partite si possono perdere, ma la dignità, quella, dipende solo da noi.
25/07/2026
Tra Pirlo e Baldini non ci sarebbe partita, eppure al primo è stata affidata la panchina della Nazionale a discapito del secondo che meritava di essere confermato. In Italia ci sono tantissimi allenatori, la maggior parte fanno parte della casta e si riciclano tra di loro senza scoprire le loro inadeguatezze. Si coprono gestendo squadre forti o normali, ma quando c’è da salvare la patria ogni allenatore sembra inadatto. Abbiamo tesserato persino Gattuso che come tecnico è una brava persona, passando per gli ammiccanti estivi del nulla cosmico Antonio Conte o del disertore Roberto Mancini scappato di notte per andare dai sauditi. Il salvatore della patria poteva essere solo uno, Pep Guardiola, unico allenatore che poteva far vincere anche una squadra debole, il Velasco del calcio tanto per intenderci. La provocazione Pep era giusto rimanesse tale, ma era giusto farla uscire allo scoperto per far capire al mondo che in Italia non abbiamo allenatori vincenti o che possano cambiare le sorti del nostro destino. E allora c’era solo una soluzione da perseguire: andare avanti con Silvio Baldini e puntare tutto sul gruppo. Personalmente a Pirlo non darei neanche una squadra di Prima Categoria, ma questo è un altro discorso.