30/08/2026
L’ULTIMA DOMENICA SENZA GORILLA
Sembra strano da pensare, ma è proprio così.
Oggi sarà l’ultima domenica senza Gorilla fino al prossimo giugno.
Da martedì si ricomincia con il ritiro all’Europing e dal 7 settembre torniamo al Ferrovieri.
Nei prossimi giorni vi racconteremo tutto quello che serve sapere: categorie, orari, staff, date di inizio e posti ancora disponibili.
Oggi, invece, vorremmo approfittare dell’ultima domenica di calma per farci una domanda un po’ più difficile.
❓*Cos’è diventato Gorilla Calcio, alla soglia della sua decima stagione?*
Perché 10 ANNI SONO UN BEL PEZZO DI STRADA!
E nel frattempo sono successe parecchie cose.
Sono arrivati bambini e bambine che poi sono diventati ragazzi e ragazze. Sono cambiate squadre, allenatori, generazioni. Sono nate nuove idee, alcune hanno funzionato, altre meno. Abbiamo aggiunto pezzi, ne abbiamo persi altri.
Eppure, guardandolo oggi, il Gorilla sembra quasi impossibile da raccontare come una sola cosa.
Prendiamo la scuola calcio.
✨ *Che cosa deve essere una scuola calcio?*
Un posto dove, appena sei abbastanza grande da capire che esiste un pallone, qualcun* comincia già a dirti quanto sei brav*?
Un posto dove se sei forte sali, se sei meno forte scendi e se continui a essere meno forte, prima o poi qualcun* ti spiega che forse è meglio provare altro?
Oppure può essere un posto dove un bambino o una bambina vengono lasciati in pace abbastanza a lungo da poter crescere?
Perché magari a 8 anni corre male, controlla peggio, si distrae, si mette a parlare mentre mister spiega...però ha otto anni.
E forse può bastare.
Può avere il tempo di imparare.
Di sbagliare.
Di riprovare.
Di cambiare ruolo.
Di scoprire che quello che oggi non sa fare, tra due anni magari verrà naturale.
E mentre impara a giocare a calcio, comincia anche a imparare altro.
Che non sei sempre tu al centro.
Che esiste un compagno o una compagna.
Che puoi avere bisogno degli altri e che gli altri possono avere bisogno di te.
Che qualche volta devi fare da sol*.
Che qualche volta devi prenderti una responsabilità.
Che una cosa che fai tu può cambiare la giornata di qualcun altro.
E magari, senza che nessuno glielo spieghi, quel bambino o quella bambina comincia anche a costruire un pezzo della propria identità.
A capire come stare in mezzo agli altri e alle altre.
A capire cosa gli o le piace e cosa non.
Chi vuole essere.
Non è una cosa che si misura con un test.
Non finisce in classifica.
Non la puoi mettere in una scheda tecnica.
Ma forse è una delle cose più importanti che può succedere su un campo.
E noi adulti?
Quanto siamo capaci di lasciarglielo quel campo?
Quanto riusciamo a ricordarci che quella partita non è la nostra?
Che non dobbiamo trasformare un bambino o una bambina di nove anni nel professionista che avremmo voluto essere noi?
Che una vittoria può essere bellissima, ma non dovrebbe essere l’unica condizione per tornare a casa contenti?
Perché alla fine c’è una cosa sulla quale possiamo fare tutti i discorsi che vogliamo, ma resta vera:
senza divertimento non c’è apprendimento.
E se bambin* smette di divertirsi, forse abbiamo perso la partita più importante.
Poi però quei bambini e quelle bambine crescono.
E il calcio cambia.
💫 Arriva il settore giovanile, arrivano le responsabilità, aumenta la competizione, ci sono le panchine, le partite p***e, gli allenamenti in cui non va niente e quelli in cui finalmente capisci che qualcosa sta cambiando.
E qui una domanda torna fuori:
*a cosa serve un settore giovanile, se non a costruire un percorso?*
Quest’anno sette ragazzi faranno il salto in prima squadra.
Sette.
Sono partiti da qui e adesso ci arrivano da giocatori.
Non significa che il percorso sia finito.
Forse significa il contrario.
Che un percorso, quando esiste davvero, può portarti da una parte all’altra della società senza che tu debba ricominciare ogni volta da zero.
E nello stesso percorso ci sono le ragazze.
⚡*Il calcio femminile ha bisogno di essere raccontato ancora come qualcosa che deve conquistarsi una dignità?*
No.
Quella dignità ce l’ha già!
Quello che serve sono spazio, attenzione, possibilità, strutture, ambizione.
Serve poter crescere senza dover continuamente spiegare perché una ragazza dovrebbe avere il diritto di giocare a calcio.
Perché non c’è molto da spiegare.
È calcio.
E allora le prime squadre, maschile e femminile, diventano qualcosa di particolare.
Sono quelle che la domenica vuoi vedere vincere.
Perché sì, a un certo punto arriva la partita e vogliamo vincere...
Altroché!
Puoi avere tutte le idee del mondo, ma quando l’arbitro fischia e sei sotto di un gol al novantesimo, vuoi pareggiare.
E possibilmente vincere.
🔥 *Ma le prime squadre sono anche il punto in cui tutto quello che succede sotto può trovare una direzione*
Il ragazzo che è cresciuto nel settore giovanile può arrivare lì.
La ragazza può guardare quella squadra e pensare che un giorno potrebbe essere il suo posto.
Le prime squadre non sono soltanto la parte alta della piramide.
Sono anche il punto in cui il resto del progetto si riconosce, dove è custodito il fuoco che ha permesso a Gorilla Calcio di nascere.
🌟 *E poi ci sono gli amatori*
Che sono forse quelli che ci ricordano la cosa più semplice.
Che non sempre bisogna arrivare da qualche parte.
C’è chi ha già giocato, chi ha smesso, chi non ha mai voluto smettere anche se quel ginocchio non collabora più come una volta.
Però la sera si mette gli scarpini.
Perché gli va.
Perché ha ancora voglia di giocare.
E forse non c’è bisogno di trovare una motivazione più nobile.
A volte giochi perché ti piace giocare.
Perché per un'ora e mezza sei lì.
Con i tuoi compagni e le tue compagne.
Con un pallone.
E basta.
E allora, dopo dieci anni, forse Gorilla è diventato proprio questo.
Una cosa abbastanza difficile da mettere in una definizione.
È il bambino che deve ancora scoprire chi sarà.
È la bambina che tenta di conoscersi meglio.
È il ragazzo che prova a conquistarsi un posto.
È la ragazza che vuole avere il proprio spazio.
È il/la mister che deve trovare il modo giusto per parlare a quel gruppo.
È il genitore che rispetta il percorso di crescita del proprio figlio o della propria figlia.
È il giocatore che dopo dieci anni è ancora lì.
È la giocatrice che si mette in gioco in età adulta.
È quello che è arrivato ieri.
È quello che magari aveva smesso di giocare e ha ricominciato.
Sono storie diverse, motivazioni diverse, età diverse.
Ma tutte, alla fine, hanno un punto in comune.
Un campo.
E forse è proprio guardando tutte queste persone insieme che viene fuori la domanda più grande:
*che tipo di calcio vogliamo fare?*
Un calcio che a otto anni ti dice già quanto vali?
Un calcio che lascia per strada chi non tiene il passo?
Un calcio in cui per vincere devi necessariamente diventare più duro, più cinico, più individualista?
Oppure possiamo provare a fare una cosa un po’ più complicata?
Voler vincere senza pensare che l’avversario sia un nemico.
Essere competitivi senza trasformare tutto in una selezione.
Far crescere un giocatore senza dimenticarsi della persona.
Dare alle ragazze lo spazio che meritano senza doverlo giustificare.
Permettere a un bambino di giocare senza chiedergli già che cosa diventerà.
E lasciare che qualcuno, a quarant'anni, possa ancora entrare in campo semplicemente perché ne ha voglia.
Forse non abbiamo trovato tutte le risposte.
Ma dopo dieci anni abbiamo capito che vale la pena continuare a cercarle.
Perché Gorilla non è arrivato da qualche parte.
Gorilla sta ancora diventando qualcosa.
E forse la decima stagione serve proprio a questo.
A ricominciare.
A vedere cosa succede.
A capire chi arriverà, chi crescerà, chi cambierà, chi resterà.
Martedì si ricomincia.
E finalmente questa sarà l'ultima domenica senza Gorilla.
ADESSO E PER SEMPRE.
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