24/08/2026
Con questo articolo che ho scritto per Yoi, inizio un periodo di franchezza intellettuale di cui sentivo il bisogno da molto tempo, da quando, poco dopo aver iniziato ad uscire dalle porte del dojo, ho notato che la famosa massima di Nietzsche "quando guardi l'abisso, l'abisso guarda te", non è vera solo per i grandi abissi, ma forse soprattutto per i piccoli e sotterranei abissi degli usi e consuetudini, che si reggono sulla mancata voglia di mettere in discussione ciò che crediamo di sapere.
KARATE SENZA GARE - di Martino Giorgi
I have a dream, come si dice.
Un sogno probabilmente solo mio, ma che non mi stanco di condividere.
Un Karate senza gare. Non "il" Karate senza gare, ma "un": ossia, non un mondo in cui sia proibito di gareggiare, ma un mondo in cui sia riconosciuta anche la dignità di una pratica totalmente disinteressata a competizioni, squadre, palazzetti, eccetera.
Di solito, quando dico questo, mi sento rispondere che l'agonismo è il luogo dell'eccellenza, perché lì si dà un obiettivo, e la competizione aiuta al perfezionamento.
Ma sostenere che l'unico obiettivo sia di natura competitiva, e che la perfezione scaturisca di necessità da questo impegno specializzante, che attende un riscontro sociale, è semplicemente falso.
La perfezione (o il perfezionamento) scaturisce più profondamente da un impegno interessato all'arte in quanto arte, dove i molti obiettivi sono uno, e l'unico obiettivo è l'arte stessa.
Quali sono gli obiettivi di un Karate senza gare?
Eccoli:
- Usare il Kihon e il Kata per capire cos'è una Forma: una disciplina della molteplicità, un concetto interpretabile e applicabile, una potenza di molteplici fattori.
- Interpretare il Bunkai come forma esegetica: imparare a capire che un testo profondo (un Kata) ha diversi strati di interpretazione e che bisogna sempre leggere nell'implicito.
Per fare questo bisogna anche essere informati sulle interpretazioni degli altri: così, si forma una comunità di studiosi, che si scambia opinioni fondate sull'interpretazione della Forma.
- Usare il Kumite per avere capacità improvvisativa, di adattamento. Per rompere gli schemi e velocizzare intuizione e decisione. Per esercitare controllo e decisione.
- Usare il Doryoku no Seishin per imparare che tutto è intenso, che l'intensità è molto simile alla violenza, ma molto diversa da essa (kekki no yu wo imashimuru koto). Questo si sente già in un Ippon Kumite o anche solo in un allenamento duro e faticoso
- Saper distinguere fra disciplina e prevaricazione: saper distinguere fra l'essere messi in difficoltà a fin di bene e l'essere bullizzati. Saper riconoscere quando si soffre perché si sta crescendo e quando si è solo sottomessi.
- Diventare studiosi di un'arte che ha un portato storico-culturale che apre su una visione del mondo diversa dalla nostra, che include Cina, Giappone ed estetica, etica e tecnica (e checché se ne dica, anche biomeccanica) diverse dalle nostre.
Eccetera, molti eccetera.
Non ci basta? Non ci interessa?
Non sono obiettivi sufficienti, a scatenare un'intensità di pratica che conduca alla perfezione (o al perfezionamento)?
Mi si dirà (che i'm a dreamer...) che una cosa così non è per tutti, che i più sono attirati da altre cose. Bene: non sogno un mondo di divieti, che a coloro a cui interessa la medaglia la perseguano pure.
Sogno però un mondo in cui venga riconosciuta una dignità giuridica e una prassi consolidata anche a questo tipo di pratica di solo studio e di de-agonismo.
Perché dico "dignità giuridica"?
Perché chiunque ricopra una carica dirigenziale in una società sportiva, sa che appunto, ovunque ci sia sudore e una doccia, un Keikogi e un tonfo per terra, c'è "sport", e una associazione "sportiva". Tutto ciò che muove il corpo è riconosciuto come "sportivo" e così è costretto a partecipare a eventi agonistici per rimanere nel RASD, o nei vecchi 'registri CONI', e per avere benefici ed aiuti dallo Stato - che, gentilmente, si interessa dell'attività sportiva come benefica, e chiede la prova provata della sua effettiva pratica sportiva, dilettantistica o non.
Non sogno una sorta di "università statale di arti marziali" non me ne importa nulla.
Sogno soltanto un mondo in cui sia percepito come normale e invalso l'uso di praticare in una comunità che abbia SOLO quegli obiettivi sopraelencati ed altri simili, i quali, diciamolo una buona volta, contrastano apertamente con l'esigenza di un agonismo fatto bene (perché la giornata ha solo 24h e l'uomo non è onnipotente).
È bene, che non esista in nessuna federazione o pseudo-tale, un "settore tradizionale" in cui la parola "tradizionale" non significhi solo "vecchi ricordi" o "Shobu Ippon"? Se ci fosse, implicherebbe il monopolio di ciò che invece, è responsabilità di ognuno di noi?
Oppure aiuterebbe?
E se venisse istituita, non sarebbe forse soltanto una fetta di pochi scappati di casa, incapace di resistere alle "esigenze di mercato" che spostano le grandi organizzazioni?
Oppure sarebbe un bene e un riparo per molti che hanno voglia di collaborare?
Io non ne ho la minima idea, e come diceva Agostino, il mio cuore è inquieto su queste questioni, ma se c'è una cosa sicura, è che il mio sogno di un Karate senza gare, ve lo continuo a somministrare, anche solo per dormire meglio la notte per il solo fatto di averlo detto apertis verbis.
Buone vacanze a tutti,
Osu.
(Nota: l'immagine è una provocazione che ho generato con l'AI, perché com'è noto, Gichin Funakoshi una gara di Karate, non la vide mai)