29/08/2026
Dove risiede e vive il maestro ✨️
La parola maestro viene dal latino magister termine legato a magis "più", "maggiormente".
Il magister è colui che, per esperienza, competenza o funzione, si trova nella posizione di guidare, insegnare, mostrare una via ed è interessante partire proprio da quel "più".
Perché dentro la parola maestro sembra già nascondersi una delle nostre questioni più antiche: l’idea che qualcuno sappia più di noi.
Più della vita.
Più della morte.
Più dell’amore.
Più della sofferenza.
Più della natura.
Più di ciò che siamo.
È anche per questo che l’essere umano ha sempre cercato maestri.
Quando non sappiamo dove andare desideriamo qualcuno che conosca il sentiero, quando attraversiamo qualcosa che non comprendiamo, cerchiamo qualcuno capace di darle un nome e quando la realtà diventa complessa, ambigua, dolorosa, avere qualcuno che dica "questa è la strada" può essere rassicurante.
Il maestro, in questo caso, non risponde soltanto a un bisogno di conoscenza ma anche al nostro bisogno di ridurre l’incertezza.
Ma esiste anche il movimento opposto ovvero bisogno di "essere maestri", essere colui che sa, che insegna, che viene ascoltato, seguito, riconosciuto e anche qui dovremmo avere il coraggio di osservare cosa accade dentro di noi.
Perché talvolta trasmettere ciò che abbiamo imparato è un gesto meraviglioso di condivisione ma altre volte, quasi impercettibilmente, il sapere diventa identità.
"Io so" che subito dopo diventa "Io so più di te".
Ed eccoci tornati a quel magis.
Il sapere può diventare una forma sottile di gerarchia persino negli ambienti che parlano continuamente di spiritualità, consapevolezza, guarigione, risveglio, natura, energia o crescita personale.
Cambiano le parole, cambiano gli abiti, cambiano i simboli ma l’ego ipertrofico sa indossare perfettamente anche una tunica, un turbante, un abito cerimoniale.
Dovremmo interrogarci su cosa intendiamo davvero quando pronunciamo la parola "maestro" perché oggi sembra spesso insinuarsi una logica della prestazione anche nella ricerca interiore.
Cerchiamo la persona più illuminata, più consapevole, più autentica, più spirituale, più esperta e contemporaneamente costruiamo l’immagine di noi stessi attraverso ciò che sappiamo, quanto abbiamo studiato, quanti percorsi abbiamo compiuto, quali esperienze abbiamo attraversato.
Come se anche la coscienza avesse una classifica.
Come se esistesse una vetta dalla quale qualcuno possa finalmente guardare gli altri e dire:
"Io sono arrivato"
Ma arrivato dove?
Un albero di ottant’anni è forse "più albero" di un germoglio?
Conosce certamente cose che il germoglio ancora non conosce.
Ha attraversato siccità, temporali, inverni, parassiti, estati.
Le sue radici hanno incontrato strati più profondi della terra ma il germoglio possiede possibilità che l’albero antico non possiede più.
Nessuno dei due contiene l’intera esperienza dell’essere albero ed è qui che forse possiamo superare due affermazioni apparentemente opposte:
"Il maestro è fuori di me."
e
"Il maestro sono io."
Entrambe contengono qualcosa di vero ed entrambe, prese come assoluti, sono incomplete.
Se credo che il maestro sia sempre fuori di me, rischio di consegnare agli altri qualcosa che non dovrei delegare: il discernimento.
Qualcuno finisce per dirmi ciò che devo pensare, ciò che dovrei sentire, quale esperienza sarebbe autentica, quale strada sarebbe giusta, persino chi dovrei diventare.
Il sapere dell’altro smette di essere una possibilità con cui dialogare e diventa autorità e quando rinuncio al discernimento perché qualcuno "ne sa più di me" non sto più imparando.
Sto obbedendo.
Ma anche l’affermazione opposta può diventare una trappola "Non ho bisogno di nessuno. Il maestro è dentro di me".
Sembra libertà e qualche volta lo è, ma altre volte può diventare soltanto un modo elegante per non essere contraddetti.
Perché ciò che chiamiamo "voce interiore" non è necessariamente saggezza.
Dentro di noi abitano intuizioni, certo ma abitano anche paure, condizionamenti, ferite, desideri, pregiudizi, automatismi, illusioni, bisogni di conferma.
La voce che viene da dentro non diventa vera semplicemente perché viene da dentro così come una voce esterna non diventa vera semplicemente perché appartiene a qualcuno che chiamiamo maestro.
Forse la questione, allora, non è più "Dov’è il maestro?" ma "Come ascolto?"
Ascoltare non significa credere.
Ascoltare significa concedere qualcosa alla nostra attenzione senza essere obbligati a consegnargli anche il nostro giudizio.
Posso ascoltare un insegnante.
Un filosofo.
Una persona anziana.
Un bambino.
Uno sconosciuto.
Un libro.
Una tradizione.
Una cultura differente dalla mia.
Il vento.
Il comportamento di un animale.
Una foresta.
Il mio corpo.
Una perdita.
Un errore.
Una relazione che finisce.
Persino qualcuno con cui sono profondamente in disaccordo.
Tutto può insegnare ma non tutto deve diventare maestro ed è una differenza enorme.
Forse abbiamo confuso troppo spesso l’apprendimento con la sottomissione all’autorità.
Nella prospettiva druidica che sento più fertile, la natura non impartisce lezioni come un professore dalla cattedra.
La quercia non ci dice come vivere.
Il fiume non ci consegna dieci regole per essere felici.
Il bosco non pretende fedeltà.
Il mare non chiede di essere creduto.
Sono lì.
Accadono.
Siamo noi, entrando in relazione con loro, a osservare, ascoltare, interpretare ma anche qui serve cautela.
Perché possiamo proiettare sulla natura esattamente ciò che vogliamo sentirci dire.
Possiamo guardare una quercia e vedere resilienza.
Un’altra persona potrebbe vedervi lentezza.
Un’altra ancora interdipendenza.
Un’altra semplicemente una quercia.
La natura non è necessariamente uno specchio della nostra filosofia ed è proprio questo a renderla una grande interlocutrice: non è obbligata a darci ragione.
Forse ciò di cui abbiamo davvero bisogno non è un maestro ma una relazione viva fra ascolto, consapevolezza e discernimento.
Ascolto, per permettere al mondo di raggiungerci.
Consapevolezza, per accorgerci di ciò che accade dentro di noi mentre lo ascoltiamo.
Discernimento, per distinguere ciò che ci nutre da ciò che semplicemente ci rassicura.
Poi ci sono i valori.
Quelli interiori e quelli esterni.
I valori interiori sono ciò che abbiamo riconosciuto come fondamentale attraverso esperienza, riflessione, sofferenza, confronto e persino quelli non nascono nel vuoto.
Siamo esseri relazionali.
La nostra idea di bene, libertà, dignità, giustizia, amore, responsabilità è cresciuta dentro famiglie, culture, incontri, conflitti, libri, errori, epoche.
Dentro di noi vive anche ciò che abbiamo ricevuto da fuori e fuori di noi esistono conoscenze che possono mettere in discussione ciò che crediamo di sapere dentro.
Per questo il confine tra maestro interiore e maestro esteriore forse non è mai stato così netto.
Siamo più simili a un bosco.
Ogni albero possiede le proprie radici, eppure nessun albero vive davvero isolato.
Terra, acqua, funghi, insetti, vento, luce, altri alberi: l’esistenza è relazione.
La radice non dice "Basto a me stessa" ma nemmeno consegna al bosco la responsabilità di essere radice al posto suo.
Forse questa potrebbe essere una metafora della coscienza adulta.
Essere radicati senza essere chiusi.
Essere permeabili senza essere manipolabili.
Ascoltare senza inginocchiarsi.
Imparare senza idolatrare.
Insegnare senza dominare.
Cambiare idea senza sentirsi sconfitti.
Conservare un valore senza trasformarlo in dogma.
Soprattutto accettare una cosa tremendamente umana ovvero che possiamo sbagliarci.
Anche dopo quarant’anni di esperienza.
Anche dopo cento libri.
Anche dopo vent’anni di meditazione.
Anche dopo un’iniziazione.
Anche quando gli altri ci chiamano maestri.
Anche quando siamo assolutamente convinti di avere ascoltato la nostra voce interiore.
Forse la coscienza comincia davvero lì.
Non quando finalmente sappiamo ma quando sappiamo restare presenti davanti alla possibilità di non sapere.
Allora, ne abbiamo davvero bisogno, di un maestro?
Forse abbiamo bisogno di persone da cui imparare.
Di persone che abbiano percorso sentieri che ancora non conosciamo.
Di insegnanti competenti quando vogliamo acquisire una disciplina.
Di anziani che custodiscano memoria.
Di giovani capaci di mettere in crisi ciò che abbiamo normalizzato.
Di comunità che ci restituiscano prospettive differenti.
Di libri.
Di esperienza.
Di silenzio.
Di natura.
E abbiamo bisogno anche della nostra coscienza ma forse non abbiamo bisogno di trasformare nessuna di queste cose in un’autorità assoluta.
Il maestro potrebbe allora cessare di essere una persona e diventare una funzione della relazione.
Qualcosa emerge dall’incontro tra ciò che il mondo ci offre e la qualità con cui noi sappiamo incontrarlo.
Oggi può insegnarmi una persona.
Domani un errore.
Dopodomani un fiume.
Un giorno qualcuno che amo.
Un altro qualcuno che non sopporto.
A volte persino ciò che credevo di sapere dovrà morire perché qualcosa di più ampio possa mettere radici.
Nel bosco nessuno possiede tutta la foresta.
Nemmeno l’albero più antico.
La saggezza non consiste nel diventare finalmente maestri ma nel diventare buoni ascoltatori senza smettere di essere buoni discernitori.
Avere radici abbastanza profonde da non essere trascinati da ogni voce e rami abbastanza aperti da non rifiutare ogni vento.
Così il maestro non è soltanto dentro.
Non è soltanto fuori.
È nello spazio vivo che nasce fra noi e ciò che incontriamo, quando ascoltiamo senza sottometterci e interroghiamo senza chiuderci.
La domanda più importante passa da "Chi è il mio maestro?" a "Sono ancora capace di imparare senza consegnare a qualcun altro la responsabilità della mia coscienza?"
(Luana Sanvidotto - "La natura non ha maestri")
Immagine: Illustrazione di Patricia Olive Prost