21/08/2026
"Io sono."
Prova a fermarti su queste due parole, da sole, senza aggiungere nient'altro.
Non hanno confini. Non hanno bordi. Sono un'apertura infinita.
Poi guarda cosa succede quando ci attacchi un aggettivo.
"Io sono ansiosa."
"Io sono fragile."
"Io sono sfortunata."
"Io sono malata."
Quello spazio sconfinato si comprime in una scatola piccolissima. Prendi qualcosa di enorme e lo fai stare in un punto minuscolo — e piano piano cominci a crederci: sei diventata quella cosa.
Ma fermati un attimo. Sei davvero quella cosa?
La tristezza che senti in un momento è ciò che sei? O è qualcosa che stai attraversando?
C'è una differenza enorme tra "sento tristezza" e "sono triste". Tra "sento rabbia" e "sono arrabbiata". La prima è un'esperienza che passa attraverso di te. La seconda è un'identità che ti costruisci addosso, aggettivo dopo aggettivo.
E vale anche per le cose più difficili. Non "sono malata", ma "ho una malattia", oppure "sto attraversando una malattia". Sembra una sfumatura, ma non lo è: nel primo caso la malattia diventa te. Nel secondo, resta qualcosa che stai vivendo — per quanto duro — senza che diventi la definizione di chi sei.
E se puoi osservare la tristezza, la paura, i pensieri, persino l'immagine che ti sei fatta di te stessa... allora non puoi essere completamente nessuna di queste cose.
Forse il vero lavoro su di sé non è aggiungere. È togliere.
Togliere le etichette, gli aggettivi, le definizioni che nel tempo abbiamo scambiato per la nostra identità.
Fino a lasciare l'"io sono" libero. Senza nient'altro attaccato.
Io sono.
Punto.
Perché l'Essere non ha bisogno di un aggettivo per esistere.
E forse è proprio quando smettiamo di aggiungere parole che cominciamo, finalmente, a incontrarlo.
💭 Tu con quale aggettivo ti sei identificata di più, in questo periodo?
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