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Chi di voi riconosce quest'armatura dorata progettata dal famoso maestro d'armi e armaiolo britannico Terry English per ...
16/09/2026

Chi di voi riconosce quest'armatura dorata progettata dal famoso maestro d'armi e armaiolo britannico Terry English per uno dei film più amati della storia del cinema?

Oggi torniamo al Castello del Wawel o di Wawel (in polacco Zàmek na Wawelu) in Polonia per goderci questa splendida seri...
16/09/2026

Oggi torniamo al Castello del Wawel o di Wawel (in polacco Zàmek na Wawelu) in Polonia per goderci questa splendida serie di immagini d'insieme dalle teche più sfavillanti della raccolta di lame custodita al suo interno.

immagini by: CulveDaddy


𝐀𝐑𝐌𝐀𝐓𝐔𝐑𝐀 𝐅𝐔𝐍𝐄𝐁𝐑𝐄 𝐃𝐈 𝐆𝐈𝐎𝐕𝐀𝐍𝐍𝐈 𝐃𝐀𝐋𝐋𝐄 𝐁𝐀𝐍𝐃𝐄 𝐍𝐄𝐑𝐄«𝐅𝐚𝐜𝐞𝐯𝐚 𝐩𝐢ù 𝐝𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐦𝐢𝐜𝐢 𝐥𝐮𝐢 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐭𝐮𝐜𝐭𝐨 𝐥𝐨 𝐞𝐱𝐞𝐫𝐜𝐢𝐭𝐨.» 𝐋𝐮𝐝𝐨𝐯𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐢...
16/09/2026

𝐀𝐑𝐌𝐀𝐓𝐔𝐑𝐀 𝐅𝐔𝐍𝐄𝐁𝐑𝐄 𝐃𝐈 𝐆𝐈𝐎𝐕𝐀𝐍𝐍𝐈 𝐃𝐀𝐋𝐋𝐄 𝐁𝐀𝐍𝐃𝐄 𝐍𝐄𝐑𝐄

«𝐅𝐚𝐜𝐞𝐯𝐚 𝐩𝐢ù 𝐝𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐦𝐢𝐜𝐢 𝐥𝐮𝐢 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐭𝐮𝐜𝐭𝐨 𝐥𝐨 𝐞𝐱𝐞𝐫𝐜𝐢𝐭𝐨.» 𝐋𝐮𝐝𝐨𝐯𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐞' 𝐌𝐞𝐝𝐢𝐜𝐢, 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐁𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐍𝐞𝐫𝐞
(1498 1526)

Oggi vogliamo condividere con voi questo interessante articolo di Marcello Miccio sul restauro dell'armatura di uno dei più famosi condottieri italiani:

"IL RESTAURO
Il restauro dell’armatura di G. dalle Bande Nere è stato eseguito in due tempi, poiché il ritrovamento di alcune parti è avvenuto successivamente rispetto ad altre.
Infatti, in un primo momento, e precisamente nel 1978, erano a disposizione soltanto alcuni dei pezzi componenti l’armatura: l’elmo, la corazza, lo spallaccio sinistro e le due cubitiere. Nel 1983 furono ritrovate le parti mancanti e cioè: lo schienale, la falda, lo spallaccio destro, due bracciali inferiori, due guanti o manopole e due fiancali o scarselloni. La ricerca e la ricomposizione di tutti i frammenti e i pezzi a disposizione ha permesso il rimontaggio dell’intera armatura, che nel lungo periodo di sepoltura aveva subito danni e modificazioni molto gravi e irreversibili; una accentuata degradazione del metallo era stata causata, oltre che dal lungo tempo d’interramento, anche dalle sostanze chimiche formatesi dalla decomposizione del corpo. Gli attacchi di corrosione erano estesi su tutta la superficie ed in alcune parti si notavano grosse lacune e deformazioni. Alcuni pezzi dell’armatura erano coperti da uno strato di olio, dato in precedenza, presumibilmente per preservare il metallo da ulteriori ossidazioni. Per recuperare la superficie originale si è dovuto eliminare questa sostanza mediante un bagno di trielina dopo aver protetto i frammenti di cuoio e di stoffa onde evitarne la perdita. Si sono così evidenziate le diverse condizioni del metallo: tutta la superficie era coperta da uno strato di ossidazione e su alcune zone dove l’azione della corrosione si presentava più violenta si notavano delle deformazioni con aumento di volume della superficie. Prima di iniziare il restauro vero e proprio si sono documentate, attraverso fotografie, diapositive, radiografie eseguite per rilevare eventuali marchi di fabbricazione e con un provino metallografico, le condizioni dei pezzi in modo da stabilirne lo stato di degrado. Dalla documentazione fotografica sono emerse, inoltre, tracce di stoffa e di cuoio, specialmente intorno ai ribattini. La delicata operazione di pulitura è stata eseguita a bisturi, spazzoline metalliche e tamponi d’alcool; dove le incrostazioni erano più tenaci e resistenti, sono state usate piccole mole, martelletto e spazzolino Thomas. Dopo la pulitura, in alcuni punti dove la corrosione è stata nel tempo meno attiva, la superficie si presentava lucida e di color bruno, in altre parti si notavano piccoli crateri formatisi dalla degradazione del metallo. Il restauro delle varie parti dell’ armatura, eseguito fra la fine del 1978 e i primi del 1979, è stato finalizzato all’esposizione nella mostra “Firenze e la Toscana dei Medici nell’Europa del ‘500″. L’elmo presentava problemi di incrostazioni silicee su tutta la superficie e di corrosione tali da provocare una grossa lacuna sulla parte destra del corpo e della visiera. Inoltre, il bloccaggio completo dei perni sui quali ruotava l’apertura della visiera e della baviera deformava la sagoma dell’oggetto. Sulla goletta si notavano numerose lacune e deformazioni dovute a corrosione, mentre nella parte interna erano evidenti frammenti di stoffa e di cuoio. La posizione in cui la visiera e la baviera erano rimaste bloccate richiedeva una soluzione di rimozione e riattivazione per ripristinare la normale posizione di chiusura e consentire il rimontaggio delle altre parti. Con la pulitura presso i perni di snodo si è riattivata la mobilità di tutte le lamine; le parti mancanti sono state reintegrate. Lo spallaccio sinistro presentava un’ampia lacuna sulla parte superiore del bordo e sulla prima lamella e conservava solo gli attacchi laterali con i ribattini. Tra il materiale che fu consegnato al Centro di Restauro in un secondo tempo fu inoltre recuperata anche la parte centrale della prima lamella, che fu così inserita sullo spallaccio e reintegrata con Sodisteel. La cubitiera destra, mancante di alcuni tratti del bordo, presentava due lacune nella parte centrale: sull’orlo di una di queste era stato impropriamente inserito, in un precedente restauro, un ribattino con due dischetti, uno sopra e uno dentro, che è stato quindi eliminato. La cubitiera sinistra si presentava in migliori condizioni, con una piccola lacuna sul bordo posteriore, mentre sul retro una serie di ossidazioni avevano provocato un aumento di volume, costituendo quindi una superficie estremamente fragile. Successivamente sono state ritrovate tutte le parti mancanti e l’armatura ha pertanto subito un nuovo intervento conservativo. Con la pulitura presso i perni di snodo si è riattivata la mobilità di tutte le lamine; le parti mancanti sono state reintegrate. Lo spallaccio sinistro presentava un’ampia lacuna sulla parte superiore del bordo e sulla prima lamella e conservava solo gli attacchi laterali con i ribattini. Tra il materiale che fu consegnato al Centro di Restauro in un secondo tempo fu inoltre recuperata anche la parte centrale della prima lamella, che fu così inserita sullo spallaccio e reintegrata con Sodisteel. La cubitiera destra, mancante di alcuni tratti del bordo, presentava due lacune nella parte centrale: sull’orlo di una di queste era stato impropriamente inserito, in un precedente restauro, un ribattino con due dischetti, uno sopra e uno dentro, che è stato quindi eliminato. La cubitiera sinistra si presentava in migliori condizioni, con una piccola lacuna sul bordo posteriore, mentre sul retro una serie di ossidazioni avevano provocato un aumento di volume, costituendo quindi una superficie estremamente fragile. Successivamente sono state ritrovate tutte le parti mancanti e l’armatura ha pertanto subito un nuovo intervento conservativo. Gli elementi della parte posteriore del busto erano quelli maggiormente danneggiati a causa della sepoltura e deformati per il peso corporeo. Lo schienale si era schiacciato e allargato rendendo problematico il ripristino della posizione originale; inoltre esso presentava lacune pari a circa il 40% dell’intera superficie metallica e ciò che ne restava era in condizioni di quasi totale mineralizzazione. Alcuni frammenti appartenenti alla falda sono stati posizionati anche se i bordi delle fratture, corrosi e deformati, non combaciavano perfettamente. La gola era composta da vari pezzi: due lastre unite per mezzo di una cerniera e di un bullone erano strette intorno al collo; altre due lastre, formate da quattro pezzi e lacunose, ed infine due pezzi molto deformati, con la parte anteriore completamente corrosa e mancante di quasi tutta la zona inferiore e laterale sinistra, e ampie lacune nella parte posteriore. La gola conservava sulla spalla sinistra la fibbia originale ed era mancante di quella destra; è stato quindi necessario applicare una fibbia di recupero con una placchetta di Sodisteel e un bulloncino passante. Lo spallaccio destro si presentava lacunoso e frammentario; tuttavia, dopo la pulitura, nella parte superiore si rilevavano zone di superficie lucide e brune alternate a crateri di corrosione. Nella parte centrale si notavano anche sbollature e deformazioni verso il bordo della lamina, nonché una piccola traccia di cuoio. La fibbia è stata resa mobile e le lamine sono state reintegrate. Una delle due lamine che compongono il bracciale destro inferiore era frammentaria, aveva perduto l’originale uniformità e presentava ingrossamenti di volume con crateri e sbollature tipiche di una forte corrosione; stesse condizioni si notavano sulle fibbie e sulla cerniera, a tal punto che la superficie appariva deformata e fragile. L’altra lamina, benché ossidata, mostrava zone di superficie originale, crateri di corrosione poco profondi e piccole lacune. Sulle due lamine che compongono il bracciale sinistro inferiore, il grado di corrosione era abbastanza rilevante, con crateri più o meno profondi e piccole zone di superficie originale. In una delle due lamine si riscontrava inoltre un’ampia lacuna, che è stata reintegrata. In ottime condizioni era invece una delle due cerniere ed anche la fibbia era perfettamente funzionante. La manopola destra presentava una lacuna nella parte centrale della prima lamella ed altre nelle parti estreme della seconda e terza lamella. La lastra metallica che copriva il pollice, unita al gu**to per mezzo di una cerniera con due chiodi passanti, si era spostata dalla sua posizione originaria. Vicino ai perni di snodo si era formato uno strato di forte ossidazione, che è stato rimosso con la pulitura a bisturi; il pezzo è stato quindi posizionato parallelamente al gu**to. La distanza tra le lamelle non era regolare, data la notevole defonnazione subita. Dove mancavano i ribattini che le tenevano unite, sono state applicate con il Sodisteel delle viti con il dado passante. Il gu**to sinistro presentava una lacuna nella quarta lamella ed una sulla parte estrema della quinta, dove si trova l’attaccatura con la fibbia. Mancava, inoltre, quasi tutta la fascia centrale, che è stata poi ricostruita in Sodisteel ed applicata alle lamelle per mezzo di due chiodini a testa piatta. Le due scarselle erano costituite ognuna da quattordici lamine, le quali presentavano un accentuato degrado, oltre a deformazioni da schiacciamento e piegature. Poche le zone di superficie lucida e bruna; si notavano, invece, crateri di corrosione e lacune, verso l’estremità delle lamine dove l’ ossidazione era più accentuata. Le parti che presentavano affibbiagli o perni di snodo sono state rese mobili dove maggiore si presentava la consistenza della lamina. Le deformazioni sono state riportate alla curvatura originale fin dove possibile. Le parti mancanti sono state integrate. Tutte le lacune delle varie parti dell’ armatura sono state reintegrate con Sodisteel. In fase di rifinitura della resina si è rilevato il distacco lungo la linea di giunzione resina- metallo a causa dell’alto grado di corrosione e dell’ esiguo spessore delle lamine. Tale inconveniente non ha permesso la rifinitura delle parti reintegrate per mezzo di molette meccaniche, poiché le leggere vibrazioni del trapano avrebbero facilitato la formazione di cricche. La rifinitura è stata quindi eseguita manualmente con raspette e carta vetrata. Anticamente le parti mobili erano tenute da fettucce in cuoio fissate alla lamina con un chiodo passante e ribattuto, oppure con chiodi e rondelle passanti e poi ribattuti. Non essendovi la possibilità di applicare il cuoio in modo analogo si è provveduto, dove necessario, a fissare nella parte interna (con il Sodisteel) un chiodino di minime dimensioni. Si è poi inserita nel chiodino una fettuccia precedentemente forata e si è fennato il tutto con il rispettivo dado. In tal modo le lamine venivano fissate le une alle altre, rimanendo al contempo mobili. Tale sistema di giunzione è simile a quello originario e l’ armatura può essere facilmente smontata e ricomposta. Le parti in cuoio a vista, corrispondenti alle cinture, ai laccetti del bracciale e ai cinturini della panziera (due dei quali sono stati inseriti nei perni originali), sono state ricostruite con pellame di color rosso bordeaux. Il cinturino della panziera, sulla parte destra presso la forca, è stato applicato con l’ ausilio di una lastrina in ferro, piegata ad U rovesciata e quindi scorrevole sulla lamina; la pelle è tenuta al supporto con chiodi ribattuti."
(testo: Marcello Miccio)

Il corsaletto funebre di Giovanni delle Bande Nere oggi è conservato ed esposto al Museo Stibbert di Firenze, nella Sala della Cavalcata. Questa armatura composita in acciaio fu utilizzata per la sepoltura ma non si hanno certezze fosse realmente appartenuta e utilizzata dal condottiero o che sia stata assemblata per l'occasione infatti risulta un "ibridazione" di pezzi di manifattura differente prodotti tra l'Italia e la Germania meridionale. Sebbene sia catalogata come "corsaletto" (l'armatura tipica della fanteria), la metà superiore presenta le caratteristiche tipiche di un'armatura da cavaliere, completa di elmo chiuso, goletta e un petto bombato dotato di resta (il gancio d'appoggio per la lancia). La parte inferiore, invece, è priva di cosciali e schinieri.

  ed   da ragazzo, IV secolo ac., dalla Tomba del Guerriero di   (conosciuta anche come Tomba Brettia) è un importante s...
16/09/2026

ed da ragazzo, IV secolo ac., dalla Tomba del Guerriero di (conosciuta anche come Tomba Brettia) è un importante sepolcro monumentale a camera risalente alla seconda metà del IV secolo a.C. (circa 330 a.C.), scoperto casualmente il 31 dicembre 1978 in contrada Prujja / Cozzo del Salto, nei pressi di Cariati ( ).

Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide

Scudo a Rondella con blasone nobiliare della Famiglia Barbarigo.Italia, inizi del XVI secolo Materiale: acciaio Diametro...
16/09/2026

Scudo a Rondella con blasone nobiliare della Famiglia Barbarigo.
Italia, inizi del XVI secolo
Materiale: acciaio
Diametro: 60 cm
nel 1845; acquisita da F. Gilles in Italia, a Roma. Foto: Museo statale dell'Ermitage, San Pietroburgo.

Soffermandoci, prima di vedere meglio la famiglia Barbagio, su Agostino Barbarigo (1516-1571) che per data potrebbe essere il probabile possessore della rondella in immagine. Fu capitano generale da mar della flotta veneziana e comandante del c***o sinistro della flotta cristiana durante la battaglia di Lepanto. Fu anche un importante mecenate, responsabile per la riedificazione sansoviniana di Ca' Bembo a San Trovaso. Nacque da Giovanni Barbarigo ed Elisabetta Dandolo, nell'arco della sua vita ricoprì numerosi ruoli amministrativi all'interno della Repubblica di Venezia. Nel 1554 fu inviato come ambasciatore in Francia, dove rimase sino al 1557. Nel 1561 fu nominato luogotenente nel Friuli, mentre nel 1564 fu eletto capitano di Padova, che tentò di risanare dal disordine nel quale versava. Il 12 ottobre 1567 venne eletto luogotenente di Cipro, ma non poté assumere la carica poiché due mesi dopo fu nominato commissario ai confini e si decise di eleggere in sua vece Nicolò Dandolo. Nel 1570, il Senato veneziano, dopo il primo insoddisfacente anno della guerra di Cipro con l'Impero ottomano, nominò come capitano generale da mar proprio il Barbarigo (sostituendo Girolamo Zane) il quale trasmise la carica appena guadagnata a Sebastiano Venier, il 10 aprile 1571. Durante la guerra di Cipro, il Barbarigo si prodigò per temperare l'irruenza di Sebastiano Venier e mantenere miti i toni con gli alleati. In seguito all'impiccagione di alcuni marinai spagnoli, rei di aver provocato una lite, ordinata dal Venier, don Giovanni d'Austria, comandante della Lega Santa, fu sul punto di far impiccare a propria volta il Venier, ma fu persuaso a stento a ripensarci dallo stesso Barbarigo e da Marcantonio Colonna. Don Giovanni d'Austria decise comunque che, durante i consigli di guerra, l'intrattabile Venier sarebbe stato sostituito dal più posato Barbarigo. Nella battaglia di Lepanto, Agostino Barbarigo fu posto al comando dell'ala sinistra della flotta, la quale dovette sostenere il primo scontro con la corrispettiva ala destra ottomana, comandata dall'abile Mehmet Shoraq. L'ala sinistra dello schieramento era la più vicina alla costa e Barbarigo dovette rintuzzare il tentativo di aggiramento avversario, provvedendo prontamente a chiudere il varco. Nell'infuriare della battaglia, alla quale partecipava in prima persona, si alzò la celata dell'elmo per poter impartire gli ordini con più libertà quando fu colpito a un occhio da una freccia nemica. Continuò a combattere finché poté, cedendo successivamente il comando a Federico Nani. Morì due giorni dopo la battaglia, il 9 ottobre 1571.

I Barbarigo furono una famiglia patrizia di Venezia, del cui patriziato fecero ancora parte anche dopo la serrata del Maggior Consiglio del 1297. Secondo la tradizione erano originari di Muggia e sarebbero giunti in laguna nei primi anni della Serenissima. Secondo una "leggenda di famiglia", il nome della casata deriverebbe dal soprannome di un suo membro, Arrigo, che nell'880 vinse i Saraceni e si cinse la testa con una sorta di corona ricavata dalle barbe degli sconfitti, secondo un'altra versione, il cognome originario era Barbani e si doveva al "Monte Barbasco cioè Trieste". In realtà, il cognome Barbarigo è considerato un patronimico derivato dal soprannome o dal nome di un antenato con l'aggiunta dell'antico suffisso veneziano in -igo. La famiglia ebbe proprietà nei pressi della chiesa di Santa Maria Zobenigo, di cui, secondo la tradizione, furono i fondatori assieme ai Jubanici. La famiglia si estinse con Giovanni Filippo Barbarigo (1771-1843), morto senza figli. Quest'ultimo aveva nominato suo erede universale il conte Antonio Nicolò Giustinian Cavalli, con l'impegno di aggiungere al proprio cognome quello della casata estinta. Anche i Giustinian Cavalli Barbarigo scomparvero dopo due generazioni con le sorelle Orsola e Maria di Sebastiano Giulio.

Tra i membri più illustri della famiglia possiamo ricordare: Angelo Barbarigo (1350 ca-1418), vescovo di Verona e cardinale.
Marco Barbarigo (1413-1486), 73º Doge di Venezia.
Agostino Barbarigo (1419-1501), doge veneziano, fratello del precedente.
Agostino Barbarigo (1516-1571), capitano generale da mar e comandante durante la battaglia di Lepanto.
Gregorio Barbarigo (1625-1697), cardinale e santo.
Marcantonio Barbarigo (1640-1706), cardinale.
Gianfrancesco Barbarigo (1658-1730), cardinale, nipote di Gregorio.

Molti sono i luoghi che dembrano abbiano ispirato l'innumerevole serie di artisti che si è cimentato nell'interpretazion...
16/09/2026

Molti sono i luoghi che dembrano abbiano ispirato l'innumerevole serie di artisti che si è cimentato nell'interpretazione del "Isola dei morti" da Arnold Böcklin a Hans Ruedi Giger, uno di questi è sicuramente la Torre Scola anche conosciuta come Torre di San Giovanni Battista.
Edificio militare situato su di un isolotto poco oltre la punta nordorientale (punta Scola) dell'isola della Palmaria, nel comune di Porto Venere, in provincia della Spezia. Costruito dalla Repubblica di Genova nel 1606, fa parte, assieme ai più recenti forti Cavour e Umberto I e alla Batteria del Semaforo, delle postazioni difensive della Palmaria. Come altre torri costiere e d'avvistamento e difesa del litorale ligure, anche la torre Scola fa parte di quel sistema difensivo deciso dal Senato della Repubblica di Genova tra il Cinquecento e il Seicento a protezione delle coste e dei borghi e villaggi. Secondo alcuni studi questa torre, costata secondo le stime 56.000 lire genovesi, potrebbe essere stata edificata ai primi del XVII secolo adeguata alle nuove esigenze politiche, militari e balistiche e che convinsero il senato genovese ad adottare un analogo ammodernamento delle architetture dei siti difensivi già presenti e a crearne di nuovi. La torre è a pianta pentagonale con uno spessore medio delle mura di circa 4 metri, capace di ospitare fino a otto persone (otto soldati, un capitano e un mastro "bombardero") e dieci cannoni, e in grado di coprire "a fuoco" il braccio di mare tra la baia della Palmaria, la baia dell'Olivo a Porto Venere e il seno di Lerici. Con la dominazione napoleonica la torre fu al centro degli scontri navali del 23 gennaio 1800 tra le flotte inglesi e francesi, per allontanare queste ultime dal golfo spezzino, tanto che per i danni subiti dalle cannonate (sventramento delle cortine di un lato della torre) ne fu deciso il totale abbandono già nella prima metà del XIX secolo. Scongiurata la sua demolizione nel 191, prevista dalla Marina Militare, grazie all'esposto che Ubaldo Mazzini, ispettore ai monumenti, aveva fatto al Ministero della pubblica istruzione, fu deciso di convertire la torre alla funzione di faro di segnalazione.
Tra il 1976 e il 1980 la struttura ha ricevuto radicali interventi di restauro e di consolidamento delle mura perimetrali.

𝗣𝘂𝗴𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗮𝘁𝗮Data: ca. 1650–75Cultura: italiana, probabilmente napoletanaMateriali: acciaio, ferro, cuoioDimensioni:...
16/09/2026

𝗣𝘂𝗴𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗮𝘁𝗮

Data: ca. 1650–75
Cultura: italiana, probabilmente napoletana
Materiali: acciaio, ferro, cuoio
Dimensioni: Lunghezza 23 1/2 pollici (59,7 cm); Lunghezza della lama 18 5/8 pollici (47,29 cm); Larghezza della lama 7/16 pollici (1,1 cm); Lunghezza della guardia 10 1/4 pollici (26 cm); Larghezza del ricasso 1 9/16 pollici (4 cm); Profondità della lama 3/8 pollici (0,9 cm); Peso 1 libbra (454 g)
Fonte: Rogers Fund, 1904
Numero oggetto: 04.3.53a, b Metropolitan Museum of Art





Swords Gallery from the Armory at the Philadelphia Museum of Art.--------                                               ...
15/09/2026

Swords Gallery from the Armory at the Philadelphia Museum of Art.

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𝐄𝐥𝐦𝐨 𝐚 𝐜𝐢𝐨𝐭𝐨𝐥𝐚 (𝐁𝐚𝐜𝐡𝐢)Giappone V secoloMateriale: ferro, rame, oroDimensioni: H. 8 1/2 pollici (21,6 cm)In mostra al Met...
15/09/2026

𝐄𝐥𝐦𝐨 𝐚 𝐜𝐢𝐨𝐭𝐨𝐥𝐚 (𝐁𝐚𝐜𝐡𝐢)

Giappone V secolo
Materiale: ferro, rame, oro
Dimensioni: H. 8 1/2 pollici (21,6 cm)
In mostra al Met Fifth Avenue, nella Galleria 377. (28.60.2)

Questo raro elmo giapponese è stato rinvenuto nella provincia di Ise, prefettura di Mie. Il tipo di costruzione ad anelli orizzontali a cui sono rivettate scaglie rettangolari suggerisce che fu probabilmente importato dalla Cina o dalla Corea. La maggior parte degli elmi di questo tipo era realizzata in ferro, ma alcuni erano in rame dorato, probabilmente per scopi cerimoniali. Questo esemplare è insolito perché combina entrambi i materiali.

Il termine indica la calotta semisferica del (l'elmo tradizionale dei samurai). Questa parte è formata da piastre metalliche rivettate. Si divide principalmente in due tipologie: suji-bachi (con creste in rilievo) e hoshi-bachi (caratterizzato da chiodi ben visibili sulla superficie).

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𝗘𝗹𝗺𝗼 𝗔𝗽𝘂𝗹𝗼 𝗖𝗼𝗿𝗶𝗻𝘇𝗶𝗼Magna Grecia, Sud Italiametà IV–metà III secolo a.C. bronzo Altezza 7 3/4 pollici (19,7 cm) Larghezza...
15/09/2026

𝗘𝗹𝗺𝗼 𝗔𝗽𝘂𝗹𝗼 𝗖𝗼𝗿𝗶𝗻𝘇𝗶𝗼
Magna Grecia, Sud Italia
metà IV–metà III secolo a.C. bronzo
Altezza 7 3/4 pollici (19,7 cm) Larghezza 7 7/8 pollici (20 cm)
profondità 10 1/2 pollici (26,7 cm)

L'elmo , chiamato anche italo-corinzio o etrusco-corinzio, rappresenta una specifica evoluzione del classico elmo greco avvenuta in Italia meridionale ( ) nel VI e in uso fino al III secolo a.C. e probabilmente in uso rappresentativo anche nel secolo successivo, tra le popolazioni degli , dei ma anche tra gli e i primi . Era un elmo in bronzo, che presentava una calotta emisferica o sferoidale e paragnatidi (protezioni per le guance) fisse e, cosa che lo differenzia dal corinzio classico, congiunte frontalmente. Oltre questo presenta una forma più larga e il paranaso che in parte perde la sua funzione date le suddette congiunte resta molto probabilmente a scopo decorativo. Spesso sulla sommità presenta appositi sostegni per fissare una cresta o un pennacchio, secondo , di color porpora o nere, quanto incisioni a bulino sia geometriche che zoomorfe sfruttando le ampie paragnatidi. Si pensa che il metodo di indossare l'apulo-corinzio sia quello di posizionarlo in alto sulla testa, lasciando scoperto il volto, e venendo fermato con lacci di cuoio passanti sotto il mento, e forse anche da paragnatidi aggiuntive rendendo decorative in questo caso anche le aperture per gli occhi.

Indirizzo

Frascati

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