16/09/2026
LA MONTAGNA NELLA CULTURA GIAPPONESE
Nella cultura giapponese tradizionale, la montagna, che si trova al di là delle meravigliose risaie che qualificano lo spazio del paese del Sol Levante, presenta valli numerose, irrigate, vette generalmente poco elevate e un fitto e lussureggiante patrimonio boschivo e del sottobosco.
A tal proposito, l'etimologia della parola giapponese per montagna, yama 山, ci ricorda di due significati: non solo, appunto, montagna, ma anche foresta, dove i due sensi non sono separati ma due facce della stessa medaglia, in una visione armonica e in un continuum semantico. Semplicemente essa sarà montagna quando si alluderà alle sue caratteristiche o all'altitudine, sarà viceversa foresta quando ci si riferirà a quell'incantevole patrimonio forestale montano.
Inoltre la montagna, nella tradizione culturale giapponese, è "spazio inarticolato", vale a dire selvatico (non soggetto all'intervento umano), disordinato (senza un particolare ordine imposto dall'attività antropica) ed è il regno della natura, non essendoci ingerenza da parte degli esseri umani. Tale spazio, fin dal periodo Heian 平安 (794-1185) viene chiamato "ara" 荒, ciò che è selvatico, irregolare, disagevole. Esso inoltre si contrapponeva a quello "articolato", viceversa costruito (artificiale), ordinato (ordine dato dallo specifico intervento umano che modifica la natura) e indicante il regno degli esseri umani, e non della natura, per via della sua trasformazione attiva. Questo secondo tipo di spazio viene definito "nigi" 和, ciò che è pacifico, regolare, agevole, immediatamente atto a soddisfare bisogni umani.
Ma a questi due spazi ecologici, ecosistemici, ambientali, corrispondono due spazi culturali: lo spazio articolato, nigi, corrisponde al regno degli esseri umani mentre quello inarticolato rappresenta il regno delle divinità, dei defunti e dei mostri (si pensi ai vari manga e anime giapponesi come "Kimetsu no yaiba" ovvero "Demon Slayer"). Affascinante è anche la motivazione di fondo: tradizionalmente la pianura era il luogo dell'attività, del lavoro (agricoltura, allevamento, campi coltivati, villaggi, ecc...), della vita insomma, mentre le montagne erano il luogo dell'inattività, della "morte". Da qui la distinzione che tanto è rimasta impressa nell'immaginario collettivo nipponico.
Tracce di ciò sono ravvisabili in tutta la storia giapponese:
- Nel periodo Kofun 古墳, "tumuli sepolcrali" (300 a.C. - 300 di.C), i grandi mausolei funebri venivano costruiti in montagna, proprio perché, ospitando i defunti, appartenevano allo spazio inarticolato/regno dei morti
- Nel periodo Heian, la tomba dell'imperatore veniva chiamata yama, montagna, e il funzionario addetto alla sua costruzione si chiamava yama tsukuri no tsukasa 山作りの司, "l'ufficiale che edifica la tomba imperiale".
- Ancora oggi la lingua giapponese, in molti villaggi, preserva questa affascinante tradizione: la bara viene spesso chiamata yamaoke 山桶, il "contenitore-tomba (montagna)", il lavoro di di scelta del luogo di sepoltura si chiama yamakime 山決め, la "scelta della tomba (montagna)", ecc...
Da ciò possiamo comprendere perché, nella tradizione culturale del Giappone, si affermi che la montagna è shinkan tosh*ta 森閑とした, spazio di silenzio e di solitudine ma anche shingenna 森厳な, spazio di solennità e gravità. Inoltre, la montagna, per tutto questo, è in grado di aprire all'esperienza dell'assoluto. Infine, essendo l'acqua fonte di vita e sostentamento e nascendo in montagna dove troviamo le sorgenti, la montagna stessa diviene fonte di vita.
Ora, nello shintō 神道, la via delle divinità, l'espressione della sensibilità religiosa autoctona giapponese, le montagne possono divenire il vero e proprio shintai 神体, il "corpo della divinità", quando lo yorishiro 依り代, il "ricettacolo della divinità", l'oggetto o l'elemento naturale che la ospita per discendere nel regno degli esseri umani, diviene tale a seguito dei riti officiati dal kannushi 神主, il sacerdote. Il caso più noto è del Monte Fuji 富士山, shintai di Amaterasu Ō Milano, la dea solare che si colloca al vertice del pantheon shintō.
E qui arriviamo alla sublime bellezza dello SPAZIO SACRO giapponese: la sacralità non deriva dal fatto che quei luoghi costituiscano la dimora abituale delle divinità ma dall'incontro tra l'umano e il divino. Così il santuario shintō è sacro perché, nel suo punto più alto, avviene l'incontro tra il kannushi e il kami, rappresentanti l'umano e il divino, vale a dire il punto più alto raggiunto dall'uomo salendo va a coincidere con il punto più basso raggiunto dalle divinità scendendo, in una perfetta armonia.