08/08/2026
MONELLA VAGABONDA
Si chiamava Monella Vagabonda e per un po' è stata ovunque, su felpe, quaderni, diari di scuola, persino sui pupazzi da tenere sul letto.
Non era solo un marchio, ma un modo per dire al mondo “sono diversa”, scegliendo, però, l’uniforme che avevano già scelto tutte le altre.
L’idea nasce nel 2003, in Puglia, per mano dell’imprenditore Gino Gorgoglione, che capisce prima degli altri quanto le nuove generazioni siano disposte a comprare identità pronte all’uso, meglio se colorate, ammiccanti e facili da riconoscere.
Il logo della rana, sorridente e pacifica, con una margherita tra le zampe, è l’esatto opposto del nome e proprio in questo corto circuito si nasconde la forza dell’operazione.
Monella Vagabonda si finge trasgressiva, ma è innocua; promette ribellione, ma vende sicurezza, giocando a fare la cattiva ragazza.
Il successo è immediato, tra il 2004 e il 2008 il marchio è ovunque; si infiltra nei programmi tv, nelle discoteche, nei negozi di provincia, tutto è brandizzato: maglie, borse, tute, cover, bigiotteria, intimo, qualsiasi cosa va bene, purché si venda.
Poi, come spesso accade quando una moda adolescente si fa grande, il meccanismo si rompe, le ragazze crescono e l'identità del brand diventa improvvisamente infantile.
Troppa esposizione e Monella Vagabonda resta intrappolata nel suo stesso personaggio: simpatica, ma datata, riconoscibile, ma fuori tempo massimo.
Oggi compare qua e là nelle collezioni nostalgiche, i più giovani la guardano con curiosità, chi era adolescente all’epoca con un misto di imbarazzo e tenerezza.
Monella Vagabonda funzionava perché parlava del desiderio di essere speciali senza rischi, di sentirsi parte di qualcosa, di giocare con la trasgressione rimanendo al sicuro.
Alla fine, Monella Vagabonda non aveva inventato nulla, ma aveva capito tutto; mostrando che anche la ribellione può avere un prezzo, una taglia, una stagione e che ogni generazione ha le sue, che però fanno sempre fatica a diventare grandi.