Asd Centro Ippico Tarantino

Asd Centro Ippico Tarantino

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Il Centro Ippico Tarantino
Scuola di equitazione
situato in Via Alberto Sordi, 74122, Taranto (TA)

31/08/2026

I miei favolosi “uomini tutto fare al campo “ della domenica 🥰❤️😍 💪🍀 Fulvio&Mirko!!!! 🔝!

25/08/2026

Quando facciamo sport, se ci pensate, accade qualcosa di paradossale: corriamo chilometri per poi tornare, ogni volta, al punto di partenza. Solleviamo pesi sempre più pesanti per poi rimetterli, puntualmente, nel medesimo posto da cui li abbiamo presi. Giochiamo sfiancanti partite, dando il nostro massimo, per poi, una volta finite, ricominciarle sempre dallo zero a zero, come se nulla fosse successo.

Secondo l’opinione comune, si fa sport per arrivare da qualche parte: per superare un certo traguardo, raggiungere un certo obiettivo o sconfiggere un certo avversario.
Tuttavia, la realtà smentisce quotidianamente questa visione. Perché, di solito, anche dopo aver corso quella distanza che desideravamo percorrere, sollevato quel peso a cui aspiravamo e vinta quella partita che volevamo portare a casa, poi ripartiamo comunque, ancora e ancora, verso nuove distanze, pesi o partite.

In un certo senso, sembra quasi che, sul campo o in palestra, i risultati non siano poi così importanti. O meglio, lo sono, ma non nel modo in cui siamo soliti intenderli: anziché essere fini, sono mezzi. Ma mezzi per cosa?

Una risposta a questa domanda l’ho trovata, insospettabilmente, leggendo un libro che con lo sport non ha nulla a che vedere: "La colazione dei campioni", di Kurt Vonnegut.

A un certo punto, uno dei protagonisti immagina di poter esaudire tre desideri del proprio pappagallo. Come primo desiderio, gli apre lo sportello della gabbia. Il pappagallo ne esce e vola sul davanzale della finestra. Come secondo desiderio, gli apre anche la finestra di casa. A quel punto, però, il pappagallo, allarmato dall’apertura verso l’esterno, invece di volare via torna nella gabbia. Così, come terzo desiderio, il protagonista richiude lo sportello e gli dice: «Questo è l’uso più intelligente di tre desideri che mi risulta sia stato mai fatto. Ti sei assicurato di avere ancora qualcosa che vale la pena desiderare: uscire dalla gabbia.»

Lo stesso discorso, secondo me, vale per lo sport. Il bello non è soltanto superare i propri limiti, ma superarli sapendo che ce ne saranno sempre altri ad attenderci. Che ci sarà sempre, cioè, una distanza ancora più lunga da percorrere, un peso ancora più pesante da sollevare e una partita ancora più difficile da vincere.

Avere dei limiti da sfidare, infatti, vuol dire avere motivi per agire e sogni in cui credere. Più che la prospettiva del successo, quindi, a farci andare avanti è l’opportunità di poter far succedere ancora qualcosa di nuovo. E questo, se ci fate caso, è esattamente quello che facciamo nello sport: anche dopo aver colto un successo, non ci fermiamo ma ci rimettiamo subito in gioco.

La verità è che il giorno in cui non avremo più nulla da inseguire sarà molto più triste di tutti quelli in cui non ci sentivamo ancora arrivati.

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Il Saggio dello sport

25/08/2026

😓

Nello sport c’è qualcosa di contagioso.
Un’energia che si diffonde e che, come se fosse un’eredità, passa da persona a persona.

Del resto, in un modo o nell’altro, ciascuno di noi ha iniziato ad allenarsi perché ispirato dall’esempio di un amico, di un parente, di un campione tifato in tv o, addirittura, di uno sconosciuto visto al campetto. E noi, a nostra volta, inevitabilmente abbiamo ispirato qualcun altro col nostro esempio.

E, sapete, in un’epoca come la nostra, che promuove un’uniformazione al ribasso e in cui, su tutti i media, vengono promossi modelli tutt’altro che positivi, avere ancora un’attività che è in grado di spingere le persone a realizzare il proprio meglio, seguendo le orme di chi ha fatto lo stesso, è confortante.

Perché fa crollare quella comoda narrazione, usata spesso per autoassolversi, secondo cui la mediocrità esercita più fascino e più influenza dell’eccellenza. Ma non è così, e lo sport ce lo dimostra.

In verità, la mediocrità è soltanto funzionale a chi esercita il controllo, dal momento che generare e veicolare poco valore, alla lunga, convince le persone che quel poco che gli viene offerto, in fin dei conti, possa bastare. O peggio, che quel poco, col tempo, finisca per diventare la massima aspirazione a cui ambire.

Se ti piace ciò che scrivo, “𝗧𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗶 𝗶𝗻 𝘁𝗿𝗮𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗶. 𝗟𝗼 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗳𝗶𝗹𝗼𝘀𝗼𝗳𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘁𝗮” è uno dei miei libri. Racconta di come lo sport possa migliorarci la vita.
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Il Saggio dello sport

25/08/2026
10/08/2026

“Tanto sono fatto così…”: quante volte pronunciamo queste parole per assolverci da ogni responsabilità?
Un conto è prendere consapevolezza dei propri limiti, un altro, invece, è convincersi che quei limiti definiscano completamente chi siamo e cosa possiamo fare, in tutto e per tutto.

Dovremmo tenere sempre a mente questo concetto: i limiti sono una parte della nostra identità, non la nostra identità. Certo, purtroppo esistono ed esisteranno per sempre. Eppure, noi siamo anche altro, perché a definire la nostra esistenza non concorre soltanto ciò che ci troviamo ad essere per natura, ma anche ciò che decidiamo di essere per volontà.

Esiste quindi uno spazio di autodeterminazione, o almeno mi piace crederlo. Pensare invece il contrario non può che condurci a una visione fatalistica del destino, dove tutto è già deciso in partenza e in cui, di conseguenza, i limiti rappresentano davvero gli effettivi e immodificabili contorni del nostro Io.

Ma questa concezione della vita non nasconde il pericolo di generare forme di autocommiserazione? In altre parole, ripetersi in maniera ossessiva di essere limitati non rischia di limitarci ulteriormente, ingigantendo i nostri limiti reali o, addirittura, creandone di nuovi?

Se prima ancora di agire, infatti, mi convinco di non potercela fare perché sono timido, introverso, basso, minuto, sfortunato o poco carismatico, è evidente che mi condanno a partire in svantaggio, più di quanto già lo sia. E se infine chiamo in causa uno di questi limiti per legittimare la scelta di non provarci nemmeno, visto che “comunque non ce l’avrei mai fatta”, ecco che allora la scoperta e l’accettazione della nostra debolezza diventa qualcosa di più: una resa, una sottomissione incondizionata.

Nello sport, invece, la debolezza non è considerata come un punto di arrivo, ma come un punto di partenza. Sul campo, infatti, ammettere la propria imperfezione non vuol dire alzare bandiera e inginocchiarsi ai suoi piedi ma, all’opposto, lanciarle il gu**to di sfida.

In altre parole, accettarsi non significa accontentarsi della propria condizione in maniera sconsolata ma, viceversa, prendere atto di ciò che ci manca e quindi di ciò che è ancora migliorabile.”

Testo tratto da “𝗧𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗶 𝗶𝗻 𝘁𝗿𝗮𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗶. 𝗟𝗼 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗳𝗶𝗹𝗼𝘀𝗼𝗳𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘁𝗮”. È uno dei miei libri. Racconta di come lo sport possa migliorarci la vita.
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Il Saggio dello sport

03/08/2026

Al giorno d’oggi sentiamo sempre più il bisogno di definirci. Amiamo riconoscerci in una sigla, in un gruppo o in una categoria.
Ci piace affermare di essere questo o quello, quasi che attribuirci un’etichetta possa produrre un effetto concreto sulla nostra vita.

Qualche anno fa, ad esempio, erano particolarmente popolari i test della personalità. Tutti volevano scoprire a quale “tipo” appartenessero, come se un sito internet, programmato da chissà chi, potesse conoscerci meglio di quanto conosciamo noi stessi.

Oggi questa tendenza sembra essersi estesa a ogni ambito della vita. Prima ancora di fare esperienza, dobbiamo collocarci all’interno di una definizione. È un po’ come trovarsi davanti alla schermata iniziale di un videogioco, nella quale, prima di poter cominciare, dobbiamo necessariamente scegliere la classe, il gruppo o l’identità a cui appartenere.

Credo che la ragione sia questa: adottare una definizione significa delegarle la responsabilità di ciò che siamo e di ciò che facciamo. Il che, a pensarci bene, è una soluzione piuttosto comoda, visto che ci solleva dalla necessità di interrogarci ogni giorno sulle nostre idee, sui nostri comportamenti e sulle nostre scelte, perché, tanto, a indicarci che cosa pensare e come agire è la nostra etichetta di appartenenza.

Alla base di questo fenomeno, tuttavia, vi è un fraintendimento fondamentale: abbiamo scambiato la causa per l’effetto. Ci siamo convinti che la definizione di ciò che siamo possa determinare, o perfino sostituire, il nostro agire, quando, in realtà, accade l’esatto contrario: è il nostro agire a definire ciò che siamo.

Lo sport, per fortuna, è una di quelle attività che ristabiliscono con chiarezza questo principio. Nessuno, del resto, si definirebbe corridore senza aver mai corso un chilometro, né calciatore senza aver mai calciato un pallone.
Il mondo sportivo, a differenza di molti altri ambiti nei quali è concesso predicare bene e razzolare male, ci chiede di dimostrare nei fatti ciò che affermiamo di essere a parole.

Il campo, infatti, smaschera le identità preconfezionate, adottate solo per moda o comodità. Corridore è soltanto chi corre, calciatore è soltanto chi gioca a calcio e nuotatore è soltanto chi nuota.
Nello sport, l’azione precede necessariamente la definizione, perché è ciò che facciamo, e non ciò che diciamo di essere, a raccontare davvero chi siamo.

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Il Saggio dello sport

30/07/2026

«Se uno non mantiene le promesse piccole, va a finire che non mantiene neanche quelle grandi».

Ho letto questa frase di recente in quello splendido libro che è "La strada", di Cormac McCarthy, e mi ha colpito. Mi ha colpito perché esprime una verità: l’attitudine si vede nei dettagli.
E lo sport, ne sono convinto, è uno degli ambiti in cui questo accade.

Sia chiaro: sono consapevole che lo sport non dica necessariamente qualcosa sulla natura delle persone. I risultati sportivi, infatti, valutano le prestazioni, non gli individui.
Si può essere un ottimo compagno di squadra e, al tempo stesso, un pessimo amico, così come si può essere sempre presenti in palestra, ma continuamente assenti quando, nella vita vera, qualcuno ha bisogno di noi.

Tuttavia, sono convinto che lo sport mostri e, soprattutto, alleni una postura, cioè un modo di porsi nei confronti degli impegni che prendiamo con noi stessi.
La disciplina, dopotutto, non è altro che questo: rispettare la parola data.

E allora sì: a suo modo, fare sport significa mantenere piccole promesse e può rappresentare, di conseguenza, un fallibile ma utile indicatore della capacità di mantenere quelle grandi.

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Il Saggio dello sport

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