26/08/2026
“2^ Trofeo Flaminio Sulas” gara Tipo Pista aperta a tutte le Categorie Agonistiche Giovanili e Master.
Prova valida per il Challenge MB Sport - Memorial Salvatore Meloni.
3 settembre 2026
Ritrovi e verifiche tessere ore 16:30
Inizio gare ore 18:00
🎯
22/08/2026
Velocità, adrenalina e cuore in pista.
Il 3 settembre Sassari vibra: giovani atleti, sfide vere e un pubblico che fa la differenza.
Tu ci sarai? 🔥🚴♂️
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10/08/2026
“2^ Trofeo Flaminio Sulas” gara Tipo Pista aperta a tutte le Categorie Agonistiche Giovanili e Master.
Prova valida per il Challenge MB Sport - Memorial Salvatore Meloni.
3 settembre 2026
Ritrovi e verifiche tessere ore 17:00
Inizio gare ore 18:30
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20/03/2026
Per ricordare il nostro Caro Michele.
Sabato 21 marzo 2026 alle ore 17:30 nella Parrocchia di Mater Ecclesiae.
❤️
07/03/2026
𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗶 𝗰𝗶𝗰𝗹𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗽𝗲𝗱𝗮𝗹𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗻 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗱𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗰'𝗲̀ 𝗹𝗮 𝗽𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗶𝗰𝗹𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲: 𝗲𝗰𝗰𝗼 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗱𝗶𝗰𝗲 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗹𝗮 𝗹𝗲𝗴𝗴𝗲
È uno dei malintesi più diffusi e più irritanti del codice della strada italiano, capace di generare discussioni accese ai bar, sui social e ai bordi delle strade ogni volta che un ciclista in abbigliamento tecnico sfila sulla carreggiata con la pista ciclabile vuota accanto. La risposta breve è che non tutti i percorsi che sembrano piste ciclabili lo sono davvero nel senso giuridico del termine, e che le regole sull'obbligo di utilizzo sono molto più sfumate di quanto si creda. Il Codice della Strada all'articolo 182 comma 9 stabilisce che i velocipedi devono transitare sulle piste loro riservate quando esistono: sembra perentorio, e in effetti l'obbligo esiste, ma contiene una parola chiave che cambia tutto. Le piste con obbligo di utilizzo sono esclusivamente quelle riservate in modo esclusivo ai velocipedi, indicate dal cartello circolare blu con la bicicletta bianca. Tutto il resto, le cosiddette piste ciclopedonali condivise con i pedoni, segnalate dal cartello con bicicletta e pedone affiancati, non comporta alcun obbligo di utilizzo per i ciclisti. E in Italia, la stragrande maggioranza delle infrastrutture che chiamereste colloquialmente piste ciclabili sono in realtà percorsi ciclopedonali promiscui. Da qui nasce molta della confusione.
Ma c'è di più, e riguarda specificamente i ciclisti sportivi e amatoriali che percorrono lunghe distanze. Le piste ciclabili esclusive, quando esistono, presentano spesso caratteristiche fisiche incompatibili con una pedalata ad andatura sostenuta: fondi spesso degradati, radici di alberi che deformano la superficie, incroci ravvicinati con strade secondarie e percorsi pedonali, attraversamenti semaforici e cambio di senso che obbligano a rallentare o fermarsi, larghezze insufficienti per il sorpasso sicuro, illuminazione carente. Un ciclista che pedala a 30-40 km/h su una pista ciclabile con queste caratteristiche non è più sicuro di quanto lo sarebbe sulla carreggiata: è potenzialmente più pericoloso, per sé e per i pedoni. La legge prevede alcune esimenti esplicite all'obbligo, tra cui la scarsa manutenzione, la visibilità insufficiente e la presenza di pericoli sulla pista: ragioni che un tribunale può riconoscere come valide in caso di contestazione della multa. Infine, un dato che quasi nessuno conosce: i ciclisti che partecipano a gare sportive regolarmente autorizzate sono espressamente esclusi dall'obbligo di utilizzo della pista ciclabile. Quelli in allenamento individuale o di gruppo, no: devono usarla se esiste ed è esclusiva. La soluzione non è la multa al ciclista che pedala in strada, ma infrastrutture progettate per essere effettivamente utilizzabili da chi va in bicicletta.
23/02/2026
🚴♂️💔 𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗰𝗵𝗶 𝘃𝗮 𝗶𝗻 𝗯𝗶𝗰𝗶 𝗱𝗮̀ 𝗰𝗼𝘀𝗶̀ 𝗳𝗮𝘀𝘁𝗶𝗱𝗶𝗼?
In Italia chi sceglie la bicicletta per spostarsi, allenarsi o semplicemente vivere meglio, spesso lo fa con una consapevolezza amara: sulle nostre strade la bici è fragile, esposta, tollerata più che accolta. Ogni croce sul ciglio di una provinciale, ogni mazzo di fiori legato a un guardrail racconta la stessa storia: un ciclista travolto, una vita spezzata, una normalità che continua come se fosse solo un incidente di percorso. Non è fatalità, è il risultato di un modello di mobilità che mette l’auto al centro e tutto il resto ai margini.Basta scorrere i commenti sotto le notizie di un ciclista investito per capire quanto sia profondo il problema: “stavano in mezzo alla strada”, “se la cercano”, “andate sulla ciclabile”, come se pedalare fosse una provocazione, non un diritto. Il ciclista diventa un intruso, un ostacolo, un rallentamento da eliminare in fretta.
Si dimentica che chi pedala è una persona: un padre che torna a casa, una ragazza che va al lavoro, un anziano che si mantiene attivo, un atleta che si allena. Dietro quel casco e quelle ruote sottili c’è sempre una storia, mai solo un “ingombro”.Questo odio strisciante nasce da una cultura che identifica la strada quasi esclusivamente con l’automobile. Siamo abituati a pensare che chi guida “comandi” e che gli altri debbano solo farsi da parte. Così il ciclista viene percepito come qualcuno che ruba spazio, tempo, priorità. A questo si sommano infrastrutture spesso inesistenti o progettate male, leggi non sempre applicate, controlli scarsi e una comunicazione che troppo spesso, anche nei media, tende a colpevolizzare chi pedala invece di interrogarsi sulle responsabilità di chi guida.
Eppure una strada in cui un ciclista è rispettato è una strada più sicura per tutti. Significa limiti di velocità rispettati, sorpassi più lenti e consapevoli, meno aggressività, più attenzione. Significa riconoscere che chi va in bici non è un nemico ma un alleato: meno traffico, meno inquinamento, più salute, più umanità. Forse il primo passo è semplice e radicale allo stesso tempo: la prossima volta che incrociamo un ciclista, proviamo a vederlo non come “uno in mezzo”, ma come potremmo essere noi, o qualcuno che amiamo, su quella stessa bici. Solo così questa strage silenziosa smetterà di sembrarci normale.