13/08/2026
SONO GRATO ALLE ARTI MARZIALI PER TUTTO QUELLO CHE MI HANNO INSEGNATO
Quando penso agli anni trascorsi nelle arti marziali, mi rendo conto che ciò che ho ricevuto ha molto poco a che fare soltanto con il combattimento.
Oggi il mio percorso si chiama Hek Ki Bûn, ed è inevitabile che sia attraverso questa disciplina che io racconti quello che ho imparato. Ma potrebbe essere qualsiasi altra cosa affrontata con la stessa serietà, perché credo che, a un certo punto, non sia più la disciplina in sé a fare la differenza, ma il modo in cui decidiamo di viverla.
Le arti marziali mi hanno insegnato innanzitutto la disciplina, quella vera, che non serve quando hai voglia di allenarti, quando tutto funziona e sei motivato, ma quando sei stanco, quando hai altro da fare, quando i risultati non arrivano e sarebbe molto più semplice trovare una buona ragione per rimandare. È proprio in quei momenti che impari che la costanza non dipende dall’entusiasmo del giorno, ma dall’impegno che hai preso con te stesso.
Mi hanno insegnato il senso del dovere e il valore della responsabilità. Quando prendi un impegno lo porti avanti, quando qualcuno conta su di te cerchi di esserci e, se hai scelto una strada, devi essere disposto ad accettarne anche le parti meno piacevoli. Non puoi desiderare soltanto il risultato senza accettare il percorso necessario per raggiungerlo.
Mi hanno insegnato a lavorare per obiettivi e, soprattutto, a comprendere che tra ciò che sei oggi e ciò che vorresti diventare esiste uno spazio che può essere riempito soltanto dal lavoro. Migliaia di ripetizioni, errori, correzioni, giornate buone e giornate pessime, momenti nei quali senti di essere cresciuto enormemente e altri nei quali ti sembra di essere tornato indietro. Poi continui e, quasi senza accorgertene, quello che un tempo sembrava impossibile diventa parte di te.
Con gli anni ho anche cambiato profondamente il mio concetto di forza. Da ragazzo era inevitabile associarla alla capacità di combattere, colpire, resistere e imporsi fisicamente. Oggi penso che la forza sia molto più difficile da definire e molto più interessante da costruire. È avere la capacità di ricominciare dopo una sconfitta, accettare una critica senza cercare immediatamente una giustificazione, riconoscere un proprio limite e mettersi al lavoro per superarlo. È riuscire a rimanere allievo anche quando qualcuno comincia a chiamarti Maestro.
Le arti marziali mi hanno insegnato anche l’equilibrio, perché non si può spingere sempre, così come non si può sempre cedere. Bisogna imparare quando insistere e quando cambiare, quando avanzare e quando aspettare, quando affrontare un problema e quando comprendere che non vale neppure la pena entrarci. Da giovane pensavo che essere forte significasse soprattutto essere capaci di imporsi; con il passare degli anni ho compreso che una delle forme più profonde di forza consiste nel non avere continuamente bisogno di dimostrare quanto si è forti.
Forse è anche per questo che oggi guardo l’Hek Ki Bûn in maniera diversa rispetto a tanti anni fa. Continuo a vedere un sistema di combattimento straordinariamente ricco, fatto di tecnica, strategia, cultura, studio del corpo, sensibilità, tempo, spazio e comprensione dell’avversario, ma dietro tutto questo vedo soprattutto uno strumento attraverso il quale continuare a lavorare su me stesso.
Perché mentre pensi di stare allenando un pugno, una posizione, una forma o un principio, in realtà stai allenando anche la pazienza necessaria per non pretendere tutto immediatamente, l’umiltà di accettare che qualcosa ancora non ti riesca, la determinazione necessaria per provarci nuovamente e la capacità di convivere con il fatto che ci sarà sempre qualcuno capace di mostrarti qualcosa che ancora non sai.
Ed è probabilmente questa la cosa per cui provo maggiore gratitudine.
Sono grato ai Maestri che mi hanno insegnato, ai compagni con cui ho condiviso migliaia di ore di pratica e agli allievi che continuo a seguire, perché insegnare agli altri significa essere continuamente costretti a rimettere in discussione ciò che pensiamo di sapere. Sono grato anche alle persone con cui mi sono scontrato, a quelle che mi hanno messo in difficoltà e persino a quelle che, in determinati momenti, mi hanno fatto arrabbiare, perché spesso sono proprio le situazioni più scomode a lasciarci gli insegnamenti che ricordiamo più a lungo.
Quando guardo una fotografia come questa, quindi, non vedo semplicemente una tecnica. Dietro quelle mani ci sono decenni di pratica, persone incontrate, chilometri percorsi, errori commessi, lezioni ricevute, sconfitte, risultati, dubbi, sacrifici e infinite volte in cui ho dovuto ricominciare da qualcosa che pensavo di avere già compreso.
Non so se le arti marziali mi abbiano reso una persona migliore, perché sarebbe troppo facile attribuirsi da soli un giudizio del genere. So però che mi hanno profondamente cambiato e che una parte enorme dell’uomo che sono oggi è stata costruita anche lì, attraverso il sudore, la disciplina e il confronto continuo con i miei limiti.
Alla fine, forse, questo è il patrimonio più grande che lascia una disciplina praticata per una vita: non sono le cinture, i gradi o i titoli, e non sono nemmeno le tecniche che abbiamo accumulato negli anni. Il vero patrimonio è la persona che siamo diventati mentre cercavamo di conquistarli.
E la cosa che mi affascina ancora oggi è sapere che quel lavoro non è terminato.
Dopo tanti anni continuo a studiare, a sbagliare, a correggere e a cambiare.
Continuo a essere un allievo.
E spero sinceramente di esserlo per tutta la vita.