Riccardo Di Vito

Riccardo Di Vito

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Qui si studia un sistema. Non uno stile. Capo Istruttore della Scuola Hek Ki Boen Eng Chun Pai, meglio conosciuta come Black Flag Wing Chun Lodge

🥋 Riccardo Di Vito
Maestro di Black Flag Wing Chun
Capo Istruttore del sistema Hek Kî Bûn Éng Chun Pài
Trasmissione marziale tradizionale
basata su metodo, struttura e continuità.

27/08/2026

Quando la distanza non diventa una scusa…

Ci sono persone che dicono di voler imparare e poi ci sono persone che, per imparare, si mettono in viaggio.

Saumya vive in Belgio e ha scelto di ve**re fino a Roma per continuare il suo percorso di formazione nell’Hek Ki Bûn.

E questa è una cosa che voglio onorare.

Perché dietro un viaggio del genere non ci sono soltanto chilometri. Ci sono organizzazione, tempo sottratto ad altro, spese, stanchezza e soprattutto una decisione: considerare la propria formazione abbastanza importante da muoversi per cercarla.

In tanti anni di arti marziali ho imparato che il talento conta, le capacità fisiche contano e avere un buon insegnante conta enormemente, ma c’è una qualità senza la quale tutto il resto prima o poi si ferma: la volontà di esserci.

Saumya c’è.

Viene dal Belgio, entra nel gruppo, pratica, ascolta, fa domande, torna sui dettagli e continua a costruire il proprio Hek Ki Bûn un incontro dopo l’altro.

Per chi insegna, avere davanti una persona così è anche una responsabilità. Se qualcuno attraversa mezza Europa per ricevere ciò che hai da trasmettere, non puoi offrirgli superficialità. Devi essere disposto a condividere ciò che sai con la stessa serietà con cui quella persona è venuta a cercarlo.

Ed è forse questo uno degli aspetti delle arti marziali tradizionali che amo di più: la conoscenza crea legami che spesso ignorano completamente i confini geografici.

Italia, Belgio o qualsiasi altro Paese diventano dettagli quando due persone condividono la stessa volontà di preservare, comprendere e far crescere un’Arte.

Quindi oggi il mio grazie va a te, Saumya.

Per la fiducia, per i chilometri, per la costanza e soprattutto per aver scelto di continuare a imparare.

La porta sarà sempre aperta per chi arriva con questa voglia di praticare.

E adesso si continua. 👊🏻

27/08/2026

Eccoci…

🥋 NON HAI MAI PRATICATO ARTI MARZIALI? PERFETTO.

Dal 7 settembre ripartono i corsi di Wing Chun alla Romanina.

Non serve avere esperienza.
Non serve essere già allenati.
Si parte dalle basi.

In Black Flag Wing Chun non troverai semplicemente un corso, ma un percorso strutturato e progressivo, pensato per accompagnarti passo dopo passo nell’apprendimento del Wing Chun.

Il programma tecnico e didattico della scuola è diretto dal Maestro Riccardo Di Vito, Capo Istruttore Nazionale, che coordina la formazione degli allievi e degli istruttori.

☀️ Corsi al mattino e alla sera
📍 Roma – Romanina
🥋 Nuova stagione 2026/27

Vuoi scoprire se il Wing Chun può essere il percorso giusto per te?

👉 Scrivici su WhatsApp per ricevere tutte le informazioni e fissare il tuo primo incontro con il Maestro Riccardo Di Vito.

23/08/2026

IN UNO SCONTRO NON ESISTE SOLO CHI HAI DAVANTI. ESISTE TUTTO QUELLO CHE HAI INTORNO.

Uno degli errori più facili da commettere durante l’allenamento è concentrare tutta l’attenzione sulla persona che abbiamo di fronte. Guardiamo le sue mani, cerchiamo di interpretarne i movimenti, aspettiamo un attacco e proviamo a costruire una risposta.

Il combattimento è un problema molto più complesso.

Devi sapere dove sei, quanto spazio hai alle spalle e ai lati, dove puoi muoverti e dove invece rischi di rimanere intrappolato. Devi imparare a percepire le distanze, gli angoli, le vie di uscita e ciò che sta accadendo intorno a te, senza perdere la relazione con chi hai davanti.

Contemporaneamente devi imparare qualcosa di ancora più difficile: leggere l’intenzione.

Un corpo comunica continuamente prima ancora di agire. Cambia la distribuzione del peso, cambia la tensione muscolare, cambia la respirazione, cambia la distanza, cambia lo sguardo. Una spalla si prepara, un piede cerca appoggio, il centro di massa comincia a spostarsi.

Non significa diventare indovini. Significa allenare la capacità di raccogliere informazioni e riconoscere segnali sempre più piccoli, soprattutto quando siamo sotto pressione.

Per questo nel nostro Hek Ki Bûn non basta conoscere una tecnica. La tecnica eseguita con un compagno collaborativo è soltanto l’inizio del lavoro.

Bisogna cambiare partner, distanza, direzione, velocità e intensità. Bisogna imparare a lavorare nel contatto e senza contatto, ad adattarsi a corpi differenti e, progressivamente, a gestire una quantità maggiore di imprevedibilità.

La gestione dello spazio è già combattimento.

Essere molto bravi a risolvere il problema che abbiamo davanti serve a poco se, nel farlo, ci siamo messi nella posizione peggiore possibile rispetto a tutto il resto.

È una delle ragioni per cui mi piace così tanto la situazione rappresentata da questa foto: tante persone stanno lavorando contemporaneamente, lo spazio è condiviso e il praticante non può comportarsi come se esistessero soltanto lui e il proprio compagno.

Deve imparare a esserci.

A percepire.

A decidere.

E poi ad agire.

Tra pochi giorni si ricomincia.

E dopo tanti anni continuo a pensare che la parte più interessante non sia imparare sempre più tecniche, ma riuscire a vedere sempre più cose dentro la stessa situazione.

PS: nel percorso di formazione che ho avviato, ci sono 4 posti liberi, poi chiudo. Fatevi sentire in fretta, perché non cerco tante persone, ma una trasmissione qualitativa.

19/08/2026

吐 e 吞: espandere e assorbire, la logica del combattimento nel 福建拳頭

Ci sono principi che valgono più di una lunga collezione di tecniche, perché una tecnica descrive che cosa fare in una determinata situazione, mentre un principio insegna come comportare il corpo quando la situazione cambia.

Uno di questi principi, profondamente legato alla cultura marziale del Fujian e particolarmente importante nel nostro Hek Ki Bûn, è racchiuso in quattro frasi:

攻為吐,守為吞
Offense is Spit, Defense is Swallow.
L’attacco è Tǔ 吐, la difesa è Tūn 吞.

進為吐,退為吞
Advance is Spit, Retreat is Swallow.
Avanzare è Tǔ 吐, arretrare è Tūn 吞.

Tradurre semplicemente 吐 con “sputare” e 吞 con “ingoiare” è corretto linguisticamente, ma rischia di far perdere quasi completamente il significato marziale.

Nel linguaggio del combattimento, 吐 Tǔ esprime l’idea di emettere, proiettare, espandere verso l’esterno; 吞 Tūn quella di ricevere, assorbire, raccogliere verso l’interno. Sono due comportamenti opposti e complementari del corpo, della struttura e dell’intenzione.

Ed è qui che il principio diventa molto più interessante di quanto sembri.

Quando attacchiamo, non stiamo semplicemente muovendo un braccio verso l’avversario. Il corpo deve essere capace di organizzarsi affinché qualcosa venga trasferito verso l’esterno: struttura, massa, accelerazione, pressione, impulso. Questo è 吐.

Quando invece riceviamo una pressione, 吞 non significa diventare passivi o cedere senza criterio. Significa essere capaci di accogliere ciò che arriva senza offrire all’avversario una struttura rigida contro la quale scaricare tutta la propria forza. Significa modificare, assorbire, trasformare, creare spazio e condizioni per ciò che verrà immediatamente dopo.

Per questo:

攻為吐,守為吞 — attaccare è emettere, difendere è assorbire.

Ma la seconda frase porta il principio fuori dalla semplice distinzione tra attacco e difesa:

進為吐,退為吞 — avanzare è emettere, arretrare è assorbire.

Il passo, quindi, non è soltanto uno spostamento nello spazio.

Quando avanzo, tutto il mio sistema deve essere coerente con quell’azione. Occupo il tempo, divento spazio, porto la mia struttura dentro quella dell’altro, aumento la pressione, riduco le sue possibilità e trasformo il movimento del corpo in azione offensiva.

Quando arretrato, allo stesso modo, non dovrei semplicemente “scappare indietro”. Posso utilizzare quello spazio per ricevere la pressione, modificarne la relazione con il mio corpo, sottrarre all’avversario il punto sul quale pensava di applicare forza e preparare una nuova emissione.

È una differenza enorme.

Un principiante tende facilmente a pensare in termini binari: attacco oppure difendo, avanzo oppure arretrato. Un praticante più evoluto dovrebbe invece iniziare a riconoscere un ciclo continuo:

吞 → 吐 → 吞 → 吐

ricevere, trasformare, emettere, ricevere nuovamente.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che trovo più affascinanti dell’Hek Ki Bûn.

Il combattimento reale non ci concede il lusso di fermare una situazione, scegliere una tecnica e ripartire. Le distanze cambiano, la pressione cambia, gli angoli cambiano e soprattutto cambia continuamente la relazione tra i due corpi.

Per questo alleniamo il contatto.

Quando due strutture entrano realmente in relazione, 吞 e 吐 smettono di essere concetti teorici. Li sentiamo attraverso pressione, tensione, direzione e cambiamenti nell’equilibrio. Impariamo quando raccogliere e quando espandere, quando lasciare entrare una forza e quando restituirla, quando occupare e quando apparentemente abbandonare spazio.

E c’è un passaggio ancora più importante: 吞 non deve necessariamente essere seguito da una pausa prima di 吐.

Con l’aumentare della competenza, assorbimento ed emissione possono appartenere allo stesso cambiamento. Una parte del corpo può ricevere mentre un’altra sta già producendo pressione; posso sottrarre una linea mentre ne occupo un’altra. La distinzione didattica tra “prima difendo e poi attacco” comincia così a perdere significato.

È qui che questo principio incontra perfettamente un altro insegnamento tradizionale che studiamo:

連消帶打法

neutralizzare e colpire come un unico metodo.

Non sono idee separate. Descrivono, da prospettive differenti, una stessa esigenza: non interrompere il combattimento artificialmente in una successione di tecniche isolate.

Ed è anche per questo che continuo a ritenere indispensabile studiare la cultura che sta dietro ciò che pratichiamo. Possiamo imparare cento applicazioni e dimenticarne novanta. Ma se comprendiamo veramente un principio come 攻為吐,守為吞 / 進為吐,退為吞, quel principio può generare continuamente nuove risposte.

La fotografia che accompagna questo post, vista dal basso tra due praticanti in contatto, per me racconta bene proprio questo: non esistono soltanto due braccia che si incontrano. Esistono due strutture che cercano continuamente di ricevere, trasformare, occupare ed emettere.

Ed è lì, tra 吞 e 吐, che una tecnica comincia lentamente a diventare Kung Fu.

18/08/2026

連消帶打法 — DIFENDERE E ATTACCARE NON SONO DUE MOMENTI DIVERSI

Uno dei principi tradizionali che trovo più importanti nello studio del combattimento è espresso dalla formula 連消帶打法 (Lián Xiāo Dài Dǎ Fǎ), che possiamo rendere come:

“Metodo di Neutralizzare e Colpire contemporaneamente”.

Dietro queste poche parole c’è un cambiamento profondo nel modo di concepire lo scontro.

Normalmente ragioniamo in maniera sequenziale: l’avversario attacca, io mi difendo, termino la difesa e successivamente contrattacco. È un ragionamento intuitivo, ma introduce un problema enorme: regala tempo.

Ogni azione separata richiede infatti una nuova decisione, un nuovo movimento e una nuova organizzazione del corpo. Se prima difendo e poi attacco, sto accettando che sia l’avversario a stabilire il ritmo dello scambio.

連消帶打法 cerca di eliminare proprio questa separazione.

La neutralizzazione dell’attacco deve contenere già la possibilità offensiva e l’azione offensiva deve continuare a proteggere la nostra struttura.

Questo non significa semplicemente “fare due cose contemporaneamente”. Sarebbe una spiegazione troppo superficiale.

Significa costruire movimenti nei quali difesa e attacco siano funzioni diverse della stessa organizzazione corporea.

Una parte del corpo può intercettare o modificare la traiettoria dell’attacco mentre un’altra occupa lo spazio. Una mano può controllare mentre l’altra colpisce. Una deviazione può contemporaneamente creare l’angolo dal quale nasce l’offensiva. Persino lo stesso movimento può avere contemporaneamente una funzione protettiva e offensiva.

La fotografia rappresenta bene proprio questo tipo di studio: non vogliamo semplicemente “bloccare” qualcosa. Cerchiamo di capire come il contatto possa diventare immediatamente informazione, controllo e opportunità.

Ed è qui che entra un altro concetto fondamentale.

NON VOGLIAMO VINCERE LA DIFESA. VOGLIAMO TOGLIERE L’INIZIATIVA.

Se il mio obiettivo mentale è soltanto fermare il colpo che sta arrivando, tutta la mia attenzione rimane intrappolata nell’attacco dell’altro.

Lui agisce e io reagisco.

Con 連消帶打法, invece, la neutralizzazione serve a modificare immediatamente questa relazione. Non sto semplicemente sopravvivendo all’attacco: sto cercando di utilizzare quel preciso momento per entrare nel mio processo offensivo.

Per questo il principio tradizionale viene ulteriormente chiarito dalla frase:

在化解敵人攻勢的同時,發起反擊,不給對方喘息機會。

“Neutralizzare l’offensiva dell’avversario mentre contemporaneamente si avvia il contrattacco, senza concedergli l’opportunità di recuperare.”

La parte finale è importantissima.

不給對方喘息機會 — non concedergli il tempo di riprendere fiato, recuperare, riorganizzarsi.

Non significa attaccare freneticamente. Significa non restituire gratuitamente l’iniziativa.

Se intercetto, mi fermo, osservo e poi decido cosa fare, l’avversario può recuperare postura, distanza, equilibrio e intenzione.

Se invece neutralizzazione, occupazione e attacco appartengono allo stesso flusso, gli sto sottraendo proprio quella possibilità.

È anche per questo che nell’Hek Ki Bûn dedichiamo tanto tempo al lavoro di contatto. A distanza teorica possiamo immaginare azioni perfettamente separate. Quando due corpi entrano realmente in relazione, invece, le cose cambiano continuamente: pressione, direzione, distanza, angolo e struttura si modificano istante dopo istante.

Bisogna imparare a sentire e trasformare mentre si agisce, non prima sentire, poi pensare e infine agire.

Alla fine 連消帶打法 contiene una lezione molto più grande di una singola tecnica.

La difesa non dovrebbe essere una pausa del combattimento.

Quando è possibile, dovrebbe essere già l’inizio dell’attacco.

Ed è una differenza enorme: perché il livello più elementare consiste nell’imparare a difendersi da ciò che arriva; un livello più raffinato consiste nel fare in modo che ciò che arriva diventi l’occasione attraverso cui prendiamo l’iniziativa.

17/08/2026

IL GOMITO NON GENERA LA FORZA. È IL PUNTO IN CUI LA FORZA ESCE.

Quando si parla di rilascio di energia d’impulso con il gomito, a livello miofasciale la cosa interessante è che non dovrebbe essere il gomito a “produrre” isolatamente la forza. Il gomito è soprattutto il punto attraverso cui viene trasferita.

La fascia forma una rete continua di tessuto connettivo che contribuisce alla trasmissione delle forze tra segmenti corporei. In un gesto esplosivo ben coordinato, piedi, gambe, bacino, tronco, cintura scapolare e braccio non lavorano come pezzi separati: le tensioni fasciali vengono organizzate e convergono verso il punto d’impatto.

Con una gomitata questo fenomeno è particolarmente evidente perché la leva terminale è molto corta. Non abbiamo bisogno della grande escursione che normalmente viene associata a un pugno. Possiamo generare accelerazione e trasferire quantità di moto anche da una distanza ridotta, purché il corpo riesca a coordinare rapidamente i segmenti.

Qui però farei una distinzione importante rispetto al modo in cui spesso viene raccontato nelle arti marziali: la fascia non è una molla magica nella quale “immagazziniamo energia” per poi spararla fuori. Esiste certamente una componente elastica nei tessuti muscolo-tendinei e fasciali, ma la potenza del gesto deriva dall’interazione tra sistema nervoso, contrazione muscolare, proprietà elastiche dei tessuti, sequenza articolare, accelerazione e massa corporea efficacemente coinvolta.

Ed è proprio qui che il concetto di impulso diventa interessante.

Se irrigidisco tutto il corpo, creo una struttura apparentemente forte ma spesso rallento il movimento e peggioro la coordinazione. Se invece rimango completamente cedevole, al momento dell’impatto non riesco a trasferire efficacemente la forza.

Serve una variazione rapidissima della tensione.

Il corpo passa da una condizione relativamente libera a una forte organizzazione neuromuscolare in prossimità dell’impatto. La muscolatura del tronco stabilizza, la scapola deve essere controllata sul torace, la spalla trasmette il carico e il gomito diventa il punto di impatto super accelerato.

Per questo una buona gomitata corta può dare una sensazione sorprendentemente “pesante”: chi la riceve non sta incontrando soltanto il movimento dell’avambraccio. Sta incontrando, nella misura in cui la biomeccanica è corretta, una quota della massa e dell’accelerazione dell’intero sistema corporeo.

E questo si collega perfettamente a quello che studiate nell’Hek Ki Bûn: non pensare semplicemente a muovere un arto, ma imparare a organizzare il corpo affinché la forza possa attraversarlo senza inutili dispersioni.

16/08/2026

15 ANNI DI HKB: ALLA FINE RICORDO SOPRATTUTTO LE PERSONE.

Ogni tanto bisogna voltarsi indietro, non per vivere di ricordi, ma per rendersi conto della strada percorsa.

Guardando questo collage mi sono fermato a osservare i volti, uno per uno. Alcuni fanno ancora parte della mia quotidianità, altri li sento ogni tanto, altri ancora hanno preso strade completamente diverse. Con qualcuno abbiamo condiviso anni, con altri pochi mesi, un corso, uno stage, un esame, un momento particolare.

Eppure, in un modo o nell’altro, ognuno ha lasciato qualcosa.

Sono ormai 15 anni che insegno HKB e porto avanti questo percorso e, quando si parla di una scuola di arti marziali, è facile raccontarne la storia attraverso programmi, tecniche, gradi, seminari, qualifiche e risultati.

Ma una scuola non è fatta di questo.

È fatta di persone.

Di chi è entrato per la prima volta senza sapere bene cosa avrebbe trovato, di chi ha stretto una cintura nuova intorno alla vita, di chi ha superato momenti nei quali avrebbe voluto mollare, di chi è diventato istruttore, di chi mi ha fatto domande difficili costringendomi a studiare ancora di più, di chi mi ha dato fiducia e anche di chi, a un certo punto, ha semplicemente continuato la propria vita altrove.

Non considero necessariamente un fallimento quando un allievo smette di praticare. Sarebbe una maniera piuttosto egoistica di guardare all’insegnamento.

Se abbiamo percorso insieme anche soltanto un pezzo di strada e qualcosa di quello che abbiamo fatto è rimasto nella sua vita, allora quel tempo ha avuto valore.

E c’è una cosa che forse non ho detto abbastanza spesso: sono profondamente grato a tutte le persone che mi hanno permesso di insegnare loro.

Perché un Maestro insegna agli allievi, certamente, ma dopo tanti anni posso dire con altrettanta certezza che sono gli allievi a costruire una parte enorme del Maestro.

Mi avete fatto crescere, sbagliare, correggere, studiare, cambiare idea, assumermi responsabilità e cercare continuamente di diventare un insegnante migliore.

Molti dei volti che vedete in questa fotografia fanno ancora parte della mia vita. Altri non li incontro da moltissimo tempo.

Ma guardando queste immagini mi sono accorto di ricordarne una quantità impressionante: situazioni, battute, esami, difficoltà, trasferte, allenamenti e momenti che probabilmente allora sembravano normalissimi e che oggi sono diventati parte della nostra storia.

Ed è proprio per questo che vorrei fare una cosa diversa con questo post.

Se sei stato mio allievo, se hai partecipato a uno dei nostri corsi o semplicemente se ti riconosci in una di queste fotografie, lascia un commento.

Non scrivere soltanto “presente”.

Raccontami qual è il ricordo che ti è rimasto più impresso di quel periodo. Una lezione, una frase, una persona, un esame, una risata, qualcosa che hai imparato o anche qualcosa che allora odiavi e che oggi ricordi con affetto.

Sono davvero curioso di scoprire che cosa è rimasto a voi.

Perché dopo 15 anni sto comprendendo sempre meglio una cosa: possiamo passare una vita a studiare un’Arte, ma alla fine la storia di una Scuola è la storia delle persone che l’hanno attraversata.

E questa fotografia ne contiene soltanto una parte.

Grazie a tutti quelli che ne hanno fatto parte.

Ci siamo incontrati grazie all’Hek Ki Bûn.
Ma quello che resta va molto oltre l’Hek Ki Bûn.

15/08/2026

BUON FERRAGOSTO…POI SI RIPARTE.

Ferragosto, per molti, è uno di quei giorni in cui tutto rallenta. Si sta con la famiglia, con gli amici, si mangia qualcosa in più, si stacca la testa e, almeno per qualche ora, si lascia fuori tutto il resto.

Ed è giusto così.

Anche perché fermarsi ogni tanto non significa perdere tempo. Significa recuperare energie e, soprattutto, ricordarsi perché abbiamo scelto certe strade.

Io la mia l’ho scelta molti anni fa e, nonostante tutto il tempo trascorso nelle arti marziali, continuo ad avere la sensazione che ci sia ancora una quantità enorme di cose da studiare, comprendere, provare e trasmettere.

Il 7 settembre ricomincia il nostro percorso di formazione Hek Ki Bûn e, mentre ci avviciniamo alla ripartenza, sento quella strana combinazione che conosco bene: da una parte la consapevolezza di tutto il lavoro fatto, dall’altra la curiosità di vedere quanto possiamo ancora crescere.

Perché ogni anno non si riparte davvero dallo stesso punto.

Ci portiamo dietro ciò che abbiamo imparato, gli errori che abbiamo corretto, le difficoltà che abbiamo attraversato e una conoscenza diversa del nostro corpo e di noi stessi. Poi torniamo sul pavimento e ricominciamo a lavorare, perché nelle arti marziali non esiste un momento nel quale puoi seriamente dire di essere arrivato.

Ed è probabilmente una delle ragioni per cui continuo ad amarle così tanto.

L’Hek Ki Bûn per me non è mai stato semplicemente imparare a combattere. È disciplina, cultura, ricerca, responsabilità, confronto, capacità di lavorare per un obiettivo e disponibilità a mettersi continuamente in discussione. È un percorso nel quale la tecnica cresce insieme alla persona che deve utilizzarla.

Quindi oggi godiamoci Ferragosto, le persone che abbiamo vicino, un po’ di riposo e magari anche qualche eccesso senza troppi sensi di colpa.

Poi tornerà il momento di indossare la maglietta, entrare in sala e ricominciare.

Il 7 settembre si riparte.

Io sono pronto.

E, dopo tanti anni, ho ancora una gran voglia di vedere dove riusciremo ad arrivare questa volta.

Buon Ferragosto a tutti.

13/08/2026

SONO GRATO ALLE ARTI MARZIALI PER TUTTO QUELLO CHE MI HANNO INSEGNATO

Quando penso agli anni trascorsi nelle arti marziali, mi rendo conto che ciò che ho ricevuto ha molto poco a che fare soltanto con il combattimento.

Oggi il mio percorso si chiama Hek Ki Bûn, ed è inevitabile che sia attraverso questa disciplina che io racconti quello che ho imparato. Ma potrebbe essere qualsiasi altra cosa affrontata con la stessa serietà, perché credo che, a un certo punto, non sia più la disciplina in sé a fare la differenza, ma il modo in cui decidiamo di viverla.

Le arti marziali mi hanno insegnato innanzitutto la disciplina, quella vera, che non serve quando hai voglia di allenarti, quando tutto funziona e sei motivato, ma quando sei stanco, quando hai altro da fare, quando i risultati non arrivano e sarebbe molto più semplice trovare una buona ragione per rimandare. È proprio in quei momenti che impari che la costanza non dipende dall’entusiasmo del giorno, ma dall’impegno che hai preso con te stesso.

Mi hanno insegnato il senso del dovere e il valore della responsabilità. Quando prendi un impegno lo porti avanti, quando qualcuno conta su di te cerchi di esserci e, se hai scelto una strada, devi essere disposto ad accettarne anche le parti meno piacevoli. Non puoi desiderare soltanto il risultato senza accettare il percorso necessario per raggiungerlo.

Mi hanno insegnato a lavorare per obiettivi e, soprattutto, a comprendere che tra ciò che sei oggi e ciò che vorresti diventare esiste uno spazio che può essere riempito soltanto dal lavoro. Migliaia di ripetizioni, errori, correzioni, giornate buone e giornate pessime, momenti nei quali senti di essere cresciuto enormemente e altri nei quali ti sembra di essere tornato indietro. Poi continui e, quasi senza accorgertene, quello che un tempo sembrava impossibile diventa parte di te.

Con gli anni ho anche cambiato profondamente il mio concetto di forza. Da ragazzo era inevitabile associarla alla capacità di combattere, colpire, resistere e imporsi fisicamente. Oggi penso che la forza sia molto più difficile da definire e molto più interessante da costruire. È avere la capacità di ricominciare dopo una sconfitta, accettare una critica senza cercare immediatamente una giustificazione, riconoscere un proprio limite e mettersi al lavoro per superarlo. È riuscire a rimanere allievo anche quando qualcuno comincia a chiamarti Maestro.

Le arti marziali mi hanno insegnato anche l’equilibrio, perché non si può spingere sempre, così come non si può sempre cedere. Bisogna imparare quando insistere e quando cambiare, quando avanzare e quando aspettare, quando affrontare un problema e quando comprendere che non vale neppure la pena entrarci. Da giovane pensavo che essere forte significasse soprattutto essere capaci di imporsi; con il passare degli anni ho compreso che una delle forme più profonde di forza consiste nel non avere continuamente bisogno di dimostrare quanto si è forti.

Forse è anche per questo che oggi guardo l’Hek Ki Bûn in maniera diversa rispetto a tanti anni fa. Continuo a vedere un sistema di combattimento straordinariamente ricco, fatto di tecnica, strategia, cultura, studio del corpo, sensibilità, tempo, spazio e comprensione dell’avversario, ma dietro tutto questo vedo soprattutto uno strumento attraverso il quale continuare a lavorare su me stesso.

Perché mentre pensi di stare allenando un pugno, una posizione, una forma o un principio, in realtà stai allenando anche la pazienza necessaria per non pretendere tutto immediatamente, l’umiltà di accettare che qualcosa ancora non ti riesca, la determinazione necessaria per provarci nuovamente e la capacità di convivere con il fatto che ci sarà sempre qualcuno capace di mostrarti qualcosa che ancora non sai.

Ed è probabilmente questa la cosa per cui provo maggiore gratitudine.

Sono grato ai Maestri che mi hanno insegnato, ai compagni con cui ho condiviso migliaia di ore di pratica e agli allievi che continuo a seguire, perché insegnare agli altri significa essere continuamente costretti a rimettere in discussione ciò che pensiamo di sapere. Sono grato anche alle persone con cui mi sono scontrato, a quelle che mi hanno messo in difficoltà e persino a quelle che, in determinati momenti, mi hanno fatto arrabbiare, perché spesso sono proprio le situazioni più scomode a lasciarci gli insegnamenti che ricordiamo più a lungo.

Quando guardo una fotografia come questa, quindi, non vedo semplicemente una tecnica. Dietro quelle mani ci sono decenni di pratica, persone incontrate, chilometri percorsi, errori commessi, lezioni ricevute, sconfitte, risultati, dubbi, sacrifici e infinite volte in cui ho dovuto ricominciare da qualcosa che pensavo di avere già compreso.

Non so se le arti marziali mi abbiano reso una persona migliore, perché sarebbe troppo facile attribuirsi da soli un giudizio del genere. So però che mi hanno profondamente cambiato e che una parte enorme dell’uomo che sono oggi è stata costruita anche lì, attraverso il sudore, la disciplina e il confronto continuo con i miei limiti.

Alla fine, forse, questo è il patrimonio più grande che lascia una disciplina praticata per una vita: non sono le cinture, i gradi o i titoli, e non sono nemmeno le tecniche che abbiamo accumulato negli anni. Il vero patrimonio è la persona che siamo diventati mentre cercavamo di conquistarli.

E la cosa che mi affascina ancora oggi è sapere che quel lavoro non è terminato.

Dopo tanti anni continuo a studiare, a sbagliare, a correggere e a cambiare.

Continuo a essere un allievo.

E spero sinceramente di esserlo per tutta la vita.

12/08/2026

LA GERARCHIA DEL VALORE NEL COMBATTIMENTO: CAPIRE COSA DICE DAVVERO UN ANTICO MOTTO HEK KI BÛN

Esistono insegnamenti che possono essere letti in pochi secondi, ma che richiedono anni di pratica prima di essere realmente compresi.

Uno dei motti tradizionali che conserviamo nell’Hek Ki Bûn appartiene esattamente a questa categoria:

“Il colpo col palmo ha più valore del colpo col pugno, il lancio del dito e l’occhio di fenice hanno più valore del colpo di palmo, un colpo non convenzionale ha più valore di qualsiasi colpo, tuttavia, creare l’illusione di un attaccamento verso l’avversario è la cosa più preziosa”.

Non è una semplice graduatoria di tecniche e, soprattutto, non significa che il pugno sia inefficace, che il palmo sia sempre migliore o che esista un’arma definitiva da utilizzare in ogni situazione.

Se lo interpretassimo così, ridurremmo un principio strategico a un catalogo di colpi.

Il punto è un altro: più cresce la competenza del praticante, meno il valore del combattimento risiede nella singola tecnica e più si sposta verso la capacità di creare condizioni favorevoli.

Il primo passaggio riguarda il rapporto tra pugno e palmo. Il pugno è probabilmente l’immagine più immediata che associamo al combattimento, ma il palmo introduce possibilità differenti in termini di superficie di contatto, struttura, manipolazione e continuità dell’azione. Non è semplicemente “un altro modo di colpire”: cambia il modo nel quale il corpo può entrare in relazione con quello dell’avversario.

Il motto procede poi verso strumenti ancora più specifici, il lancio del dito e l’occhio di fenice. Qui aumenta la specializzazione dell’arma corporea, diminuisce la convenzionalità dell’azione e cresce la necessità di possedere precisione, struttura, distanza e tempo.

Ma anche questo livello viene immediatamente superato.

“Un colpo non convenzionale ha più valore di qualsiasi colpo”.

Questa frase contiene un principio fondamentale: ciò che l’avversario riconosce può essere anticipato, ciò che non riconosce costringe invece il suo sistema percettivo e motorio a risolvere un problema nuovo.

Il combattimento non è una dimostrazione tecnica nella quale due persone conoscono anticipatamente il problema e la soluzione. È un ambiente dinamico, nel quale distanza, angolo, equilibrio, contatto, intenzione e opportunità cambiano continuamente.

Per questo non vogliamo costruire praticanti che possiedano soltanto molte tecniche. Vogliamo costruire persone capaci di adattare ciò che possiedono alla situazione che incontrano.

Ed è proprio quando sembra che il motto abbia raggiunto il suo punto più alto che arriva la parte più importante:

“…tuttavia, creare l’illusione di un attaccamento verso l’avversario è la cosa più preziosa”.

Qui il discorso smette definitivamente di riguardare quale arma utilizzare.

Riguarda l’avversario.

Se riesco a fargli percepire una relazione che credo di mantenere, posso influenzare le sue aspettative. Se gli faccio credere che continuerò a esercitare una determinata pressione, a occupare una certa linea o a mantenere un certo contatto, egli può iniziare a organizzare la propria risposta sulla base di quell’informazione.

Ed è precisamente in quel momento che quell’informazione può cambiare.

Quello che sembrava un vincolo diventa un’uscita, quello che sembrava pressione diventa vuoto, quello che sembrava attaccamento diventa separazione.

Non sto semplicemente reagendo al movimento dell’altro: sto contribuendo a costruire la situazione alla quale sarà lui a reagire.

Questa distinzione è enorme.

Ai livelli iniziali si tende inevitabilmente a pensare: cosa devo fare se arriva questo attacco?

È una fase necessaria dell’apprendimento.

Con il tempo, però, la domanda deve evolvere: come posso modificare la relazione affinché l’altro faccia qualcosa che posso utilizzare?

È il passaggio dalla tecnica alla strategia.

E spiega anche perché nell’Hek Ki Bûn dedichiamo tanto tempo al contatto, alla propriocezione, alla qualità della pressione, ai cambiamenti, alla gestione dello spazio e del tempo. Il contatto non serve semplicemente a sapere dove si trovano le braccia dell’altro, deve diventare una fonte continua di informazioni e, contemporaneamente, un mezzo attraverso il quale trasmettere informazioni che l’altro dovrà interpretare.

Qui emerge un concetto che considero centrale: il praticante esperto non deve essere soltanto difficile da leggere, deve diventare capace di far leggere all’altro qualcosa che non c’è più.

Naturalmente tutto questo non rende inutili pugni, palmi o altre armi. Al contrario, richiede che le basi siano estremamente solide. Non puoi trascendere uno strumento che non hai mai imparato a utilizzare.

La gerarchia contenuta nel motto, quindi, non cancella ciò che viene prima. Lo incorpora.

Prima impari l’arma.

Poi impari la struttura che la sostiene.

Poi comprendi distanza e tempo.

Poi impari a cambiare.

Infine cominci a comprendere che il livello più sofisticato non consiste nell’eseguire meglio la tua tecnica preferita, ma nel modificare la percezione del problema prima ancora che l’avversario possa organizzare una risposta efficace.

È per questo che alcuni insegnamenti tradizionali resistono al tempo. Dietro un linguaggio antico possono nascondere problemi estremamente moderni: percezione, previsione, decisione, adattamento, gestione dell’incertezza.

Un principiante legge quel motto e vede quattro modi di colpire.

Un praticante più avanzato comincia a vedere una gerarchia.

Chi continua a studiarlo abbastanza a lungo potrebbe accorgersi che alla fine il motto non sta parlando dei colpi.

Sta parlando della capacità di governare la relazione.

Ed è lì che il combattimento comincia a diventare qualcosa di molto diverso da una semplice successione di tecniche.

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